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COP30: aspettative tradite e incertezza nella governance climatica globale
Nel numero 5-6 Anno 2025 di Ecoscienza, rivista di ARPAE Emilia-Romagna, viene pubblicato un approfondimento dedicato agli esiti della COP30 e al contesto internazionale delle politiche climatiche.
L’articolo “Tra aspettative tradite e incertezza internazionale” analizza una Conferenza delle Parti che avrebbe dovuto rappresentare un momento chiave di rilancio dell’azione climatica globale, a dieci anni dall’Accordo di Parigi e in un anno cruciale per la definizione dei nuovi piani climatici nazionali. Tuttavia, gli esiti dei negoziati risultano complessi e solo parzialmente soddisfacenti, con progressi limitati sul fronte della finanza climatica e segnali di rallentamento nella transizione dai combustibili fossili.
Il contributo, a cura di Jacopo Bencini, ricercatore presso l’Istituto Universitario Europeo e Presidente dell’Italian Climate Network, offre una lettura critica delle dinamiche emerse a Belém, evidenziando tensioni, compromessi e nodi ancora irrisolti della governance climatica internazionale.
Tra aspettative tradite e incertezza internazionale
Cop30 avrebbe dovuto celebrare il decimo anniversario dell’accordo di parigi in un anno cruciale per la presentazione dei nuovi piani clima nazionali. Gli esiti sono stati incerti, con progressi limitati in materia di finanza climatica e un arretramento nella transizione dai combustibili fossili.
La Cop30, tenutasi a Belém do Pará dal 10 al 21 novembre 2025, avrebbe dovuto celebrare il decimo anniversario dell’Accordo di Parigi in un anno cruciale per la presentazione dei nuovi piani clima nazionali (Ndc), dopo che il 2024 aveva segnato il primo superamento della soglia di 1,5 °C di riscaldamento globale medio rispetto ai livelli preindustriali. Organizzata nella foresta amazzonica sotto la presidenza brasiliana di Lula da Silva, la conferenza ha riunito circa 55.000 partecipanti – tra delegati di 198 Parti, osservatori, Ong, imprese, sindacati, popoli indigeni – in un contesto logistico complesso. I risultati sono stati variegati: alcuni progressi limitati in materia di finanza climatica e giusta transizione, ma anche un netto arretramento nella transizione dai combustibili fossili, evidenziando le attuali fratture geopolitiche a livello mondiale.
La proposta shock sul phase out fossile
La sorpresa è arrivata nei primi giorni: il Brasile ha proposto una roadmap per l’uscita graduale e globale da carbone, petrolio e gas entro il prossimo decennio, iniziativa non anticipata alle delegazioni, nonostante le numerose lettere preparatorie inviate nel corso dell’anno. Supportata in parallelo da una proposta colombiana simile e ancor più ambiziosa, l’iniziativa ha dato impulso ai negoziati, creando un clima collaborativo simile a quello di Parigi 2015, con delegati che acceleravano i tavoli tematici nel caldo umido e opprimente di Belém. Tuttavia, nella seconda settimana, il naufragio è divenuto inevitabile: Cina e India, dipendenti dal carbone per gran parte del loro mix energetico (seppur in fase di decarbonizzazione), si sono unite ad Arabia Saudita, Russia e Opec in un blocco di circa 80 Paesi contrari, contro un numero eguale di sostenitori. Senza mediazione cinese né interventi risolutivi da parte di Guterres e Lula giunti appositamente, la decisione finale Global mutirão ha omesso ogni riferimento ai fossili, retrocedendo rispetto alla transizione concordata nel testo del primo Global stocktake di Dubai (Cop28, 2023) e relegando a mera sottolineatura il ruolo dell’Ipcc e degli obiettivi parigini.
Piccoli avanzamenti sulla finanza
Punto positivo è l’impegno sulla finanza per l’adattamento: i Paesi sviluppati si obbligano a erogare almeno 120 miliardi di dollari annui entro il 2035, destinati a misure di adattamento nei Paesi in via di sviluppo. Questo si affianca all’obiettivo ribadito a Baku (Cop29, 2024) di 300 miliardi annui per la mitigazione e l’adattamento nel sud globale, con enfasi su sovvenzioni, contributi pubblici e leve private per colmare il gap attuale, stimato tra 400 e 500 miliardi annui. Tali risorse sosterranno infrastrutture resilienti, agricoltura climate-smart e sistemi di allerta precoce, prioritarie per le nazioni insulari e africane già colpite da eventi estremi. La società civile internazionale e un gruppo importante di Paesi fragili avrebbero preferito che lo stesso impegno potesse materializzarsi entro il 2030, ma oggettivamente l’attuale formulazione allinea il sotto-obiettivo a quello più ampio adottato a Baku solo un anno fa. Sempre sul tema dell’adattamento, sono stati infine adottati, dopo un anno di negoziati, indicatori di tracking volontari, considerati tuttavia troppo poco dettagliati da molti negoziatori e osservatori.
Meccanismo per la giusta transizione
Frutto di intense pressioni della società civile internazionale, il nuovo meccanismo di Belém per la giusta transizione struttura gli impegni pregressi in un quadro operativo dell’Onu, rispondendo parzialmente alla richiesta di creare un Belém action mechanism (Bam) con fondi dedicati. Dopo due settimane di dibattiti, le resistenze di alcuni Paesi (tra cui l’Italia) hanno portato a un compromesso: lo strumento partirà senza budget proprio, ma con focus sulla formazione professionale, sulla riconversione di settori ad alta intensità carbonica (ad esempio acciaio e automotive) e sulle reti di protezione sociale per i lavoratori colpiti. L’adozione della decisione che crea il nuovo meccanismo, ora da strutturare verso Cop31, crea un precedente inedito, visto non si era mai creato uno strumento così leggero (“senza portafoglio”), pur chiamandolo meccanismo, dicitura che rimanda alla presenza di un bilancio, di un segretariato, di una sede, insomma, di impegni più concreti.
Ndc, foreste e mercati del carbonio
La Cop di Belém avrebbe dovuto rappresentare un momento chiave nel percorso che porta al secondo Global stocktake sotto l’Accordo di Parigi, previsto per la Cop indiana del 2028. Tutti i Paesi, infatti, erano chiamati a presentare un nuovo piano clima nazionale (Ndc) al Segretariato Onu entro febbraio, scadenza poi posticipata fino a settembre. Purtroppo invece la Cop ha preso il via in assenza dei piani clima di alcuni tra i maggiori attori globali. L’Unione europea ha presentato il proprio obiettivo solo a ridosso dell’inizio dei lavori dopo mesi di negoziati interni in merito all’obiettivo al 2040, con una soluzione di compromesso che ha mantenuto la prevista riduzione delle emissioni al 90% pur con importanti clausole di flessibilità. La Cina aveva preannunciato a New York a settembre i principali punti del proprio piano, senza tuttavia depositare per tempo la relativa documentazione. Gli Stati uniti d’America arrivavano a Belém (o meglio, non arrivavano, vista la loro assenza) con, formalmente, il vecchio piano clima targato Biden-Harris ancora in vigore. Estremamente difficile quindi per tutti gli altri Paesi tarare al meglio ambizioni e obiettivi, in assenza dei primi tre player globali.
Giochi di assenze e presenze hanno condizionato anche il lancio di quella che doveva essere l’iniziativa principale sulle foreste di Cop30, la Tropical forest forever facility (Tfff), nata zoppa a causa dell’inattesa mancata partecipazione di alcuni attori di peso, in particolare la Cina.
Tra le poche note positive di questa Cop30 il lancio di due coalizioni per rafforzare la credibilita e solidita degli emergenti sistemi di carbon pricing, sia a livello nazionale (tramite nuovi schemi Ets) sia a livello multilaterale, sotto l’articolo 6 dell’accordo di Parigi: la Open coalition on compliance carbon markets, lanciata dal Brasile e capace di riunire Unione europea e Cina, e la Article 6 ambition alliance (Aaa6), lanciata dalla Svizzera, verso un uso piu integro degli strumenti offerti dall’accordo di Parigi.
Bilancio e prospettive
Cop30, la prima della nuova epoca post-negoziale, ora che dal 2024 l’accordo di Parigi risulta finalmente completo in ogni sua parte operativa, ha ben rappresentato quel mondo, la politica del clima, che pulsa all’intersezione tra la fisica, l’ingegneria, la politica e l’esplorazione di questo nuovo e inedito strumento di governance dello spazio e del tempo, l’accordo di Parigi, oggi da concretizzare. Tutto questo nel periodo, forse, più convulso nelle relazioni internazionali dal secondo dopoguerra. Nonostante tutto, le delegazioni hanno trovato un accordo unanime sulla dichiarazione politica finale, che, pur eludendo il tema della mitigazione e delle fonti fossili, rappresenta un piccolo segnale di speranza in un mondo surriscaldato e sempre più frammentato.
Il volo d’Icaro della proposta brasiliana sui combustibili fossili potrebbe non essere stato vano se preparatorio a ulteriore lavoro politico da portare avanti, anche dietro le quinte, verso la Cop33 del 2028, quando i Paesi dovranno mettere nero su bianco per la seconda volta l’inventario di quanto fatto e di quanto rimasto da fare verso gli obiettivi della convenzione e dell’accordo.
Jacopo Bencini
Ricercatore presso l’Istituto Universitario Europeo e Presidente dell’Italian Climate Network
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