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Anno 11 - numero 2297 di mercoledì 09 dicembre 2009
Disadattamento lavorativo e mobbing: ricerche ed esperienze di lavoro L’esperienza del Centro Stress e Disadattamento di Milano in relazione alle patologie da stress occupazionale e al mobbing. L’aumento della violenza psicologica nelle fasi di crisi e cambiamento. Strategie aziendali, mobbing e ruolo del conflitto.
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Per farlo ci soffermiamo sull’intervento “L’esperienza
del Centro Stress e Disadattamento di Milano: l’evoluzione dell’esperienza
assistenziale in tema di patologie da disadattamento lavorativo”, a
cura di Maria Grazia Cassitto (Fondazione
IRCCS Policlinico Mangiagalli Regina Elena, Clinica del Lavoro “L. Devoto”).
Nel documento viene presentata la storia e l’esperienza del primo centro medico
italiano per lo Stress
occupazionale e il mobbing
e del servizio di Day Hospital aperto presso la “Clinica del Lavoro Luigi
Devoto” a Milano.
In particolare – racconta la relatrice - il lavoro relativo allo studio e alla
gestione del disadattamento
lavorativo stress-correlato è iniziato negli anni novanta partendo dal fenomeno del mobbing.
E riguardo a questo fenomeno si è cominciato a percepire che in molti casi
dietro le “richieste di trasferimenti, limitazioni a compiti per patologie di
vario genere” che, talvolta, “sembravano oggettivamente poco significative si
intravvedevano, in realtà, disfunzionalità organizzative quando non vessazioni
e violenza morale”.
Rispetto ad altri paesi, in particolare al Nord Europa, la consapevolezza relativa ai fenomeni di mobbing
è arrivata da noi più tardi, forse per la “struttura del mondo del lavoro del
nostro paese fatta per oltre il 90% di realtà medio-piccole o di grandi
strutture pubbliche” e queste problematiche non riconosciute hanno consentito
“il protrarsi nel tempo di rapporti interpersonali disfunzionali ma
generalmente accettati come facenti parte delle realtà occupazionali”.
Riguardo a ciò la relatrice ricorda che negli ambienti di lavoro “la violenza
psicologica è sempre esistita”, spesso ignorata, male interpretata o
“permessa come strategia deliberata individuale o aziendale”. Inoltre “i comportamenti violenti fisici o
psicologici aumentano nei periodi di cambiamento, incertezza, agitazioni
socioeconomiche, rapide trasformazioni sociali”.
In queste fasi “i soggetti sono spaventati e diventano più intolleranti e
rigidi e pronti a considerare gli altri come potenziali nemici”: sia il recente
passato che e l’attuale periodo che stiamo vivendo hanno appunto queste
caratteristiche.
Su questa base “si spiega la comparsa del secondo
aspetto della violenza morale, che è tipica del nostro paese, ossia quella
forma di violenza morale che ha come scopo l’allontanamento
di un/a dipendente per risolvere il problema degli esuberi o presunti
tali”: a partire dalla fine degli anni novanta si moltiplicano infatti i casi
in cui “questa strategia viene freddamente e consapevolmente applicata nelle
realtà industriali medio-grandi”.
Studiando il fenomeno del mobbing
è da rilevare l’importanza determinante che assume il ruolo dell’organizzazione. Organizzazione che può avere:
- “un ruolo attivo nel facilitare, mantenere o utilizzare le situazioni
di stress negativo e le sue conseguenze;
- un ruolo passivo nel mancato intervento per rimuovere le cause delle
disfunzionalità e dei conflitti a loro volta alla base di rapporti
interpersonali sbilanciati e patogeni”.
Dieci anni di esperienza di questo centro per lo stress e il disadattamento
hanno confermato che:
- “il mobbing
e’ un fenomeno complesso multicausale
derivante dall’interazione di differenti fattori” (individuali, interpersonali,
di rapporti di gruppo, organizzativi, …);
- “sono rare le situazioni in cui non si ritrovi l’azione contemporanea e
determinante di tutti questi fattori”.
La relatrice afferma anche che c’è la diffusa convinzione che base dei fenomeni
di mobbing ci sia sempre una situazione
di conflitto, ma “questa affermazione è solo parzialmente vera” e comunque:
- “non è un conflitto ad armi pari;
- solo una delle due parti ha in mano tutti gli elementi che concorrono a
determinare la situazione e quindi li può utilizzare per perseguire i suoi
obiettivi o quelli dell’organizzazione;
- la vittima ha solo una visione parziale e contingente delle situazioni e
reagisce contestualmente e quindi quasi sempre in maniera disfunzionale”.
Inoltre, sempre secondo l’esperienza del Centro, si dimostra che non è il conflitto a creare le premesse di
un’azione di mobbing, “ma gli obiettivi palesi o sotterranei di chi dà
inizio allo scontro”: infatti “nelle situazioni di pura strategia aziendale”
non c’è necessariamente un conflitto, né la vittima ha fatto qualcosa per
provocare ostilità. Spesso “solo molto tempo dopo emergono i veri motivi della
manifesta volontà di espellere un soggetto dalla sua realtà lavorativa”.
E la violenza psicologica generalmente si manifesta attraverso “una serie di
azioni quasi sempre trascurabili se singolarmente considerate”: è la loro
“ripetitività, persistenza, multiformità, frequenza, durata nel tempo”, la
difficoltà o impossibilità di fronteggiarle che le rende distruttive.
In questo senso la personalità di
chi attua il mobbing
e di chi lo subisce svolge “un ruolo significativo ma non determinante”:
chiunque può diventare un mobbizzatore o una vittima. In particolare secondo
alcune ricerche su un gruppo di vittime di mobbing
è risultato che nel 74,8% dei casi questi lavoratori avevano una “personalità
complessivamente equilibrata”.
Riguardo poi ai contesti occupazionali il documento continua ricordando che “il
mobbing può far parte di uno stile manageriale per raggiungere obiettivi
individuali o può essere legittimato da una cultura competitiva che consente
comportamenti sleali”.
Spesso in relazione al mobbing si parla di fasi
di sviluppo di questo fenomeno, ma la relatrice indica che:
- “l’insorgenza e lo sviluppo del mobbing raramente seguono uno schema
prefissato”;
- che i diversi momenti di questo fenomeno sono dipendenti da molti fattori:
dalle caratteristiche dell’organizzazione, dallo stile manageriale di chi fa
mobbing, da acquiescenza/convenienza/connivenza di management e colleghi. Ma
anche da responsabilità, ruolo, età,
resistenza, competenze, risorse della vittima.
In particolare i soggetti che non hanno o hanno poche risorse personali
mostrano:
- “un rapido esaurimento delle risorse anche in altre aree esistenziali;
- un più grave insieme sintomatologico”.
E comunque i problemi
mobbing correlati insorgono prima nei soggetti con risorse sociali assenti
rispetto ai soggetti che le posseggono, anche se in modo limitato.
Per finire quali cambiamenti sono
stati riscontrati dal Centro Stress e Disadattamento di Milano nel fenomeno del
mobbing dal 1996 ad oggi?
Intanto se “nei primi anni erano prevalenti quadri e manager di livello elevato
con età medio-alte”, ora le tipologie dei lavoratori sono “maggiormente
differenziate”.
Inoltre – continua la relatrice – si è osservata “una riduzione del cosiddetto
mobbing strategico”, un “aumento del mobbing emozionale” e “dei casi in cui
vengono descritti ambienti di lavoro complessivamente insicuri”.
Convegno regionale “Rischio da stress lavoro-correlato: Il progetto dell'area
vasta Toscana Nord-Ovest”: “L’esperienza
del Centro Stress e Disadattamento di Milano: l’evoluzione dell’esperienza
assistenziale in tema di patologie da disadattamento lavorativo”, Dott.ssa
Maria Grazia Cassitto (Fondazione IRCCS Policlinico Mangiagalli Regina Elena,
Clinica del Lavoro “L. Devoto”) (formato PDF, 79 kB).
Tiziano Menduto
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