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Anno 11 - numero 2290 di giovedì 26 novembre 2009
Campi elettromagnetici: gli effetti sulla salute dei lavoratori Un focus di PuntoSicuro in quattro puntate per favorire la conoscenza dei campi elettromagnetici, la percezione e valutazione del rischio e l’adozione di misure preventive. Gli effetti dei campi, gli effetti certi, ipotizzati e indiretti. Seconda parte.
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Nel documento “Rischi
da campi elettromagnetici in ambiente lavorativo”, un documento
divulgativo distribuito ai partecipanti del seminario, un capitolo è dedicato
agli effetti su salute e sicurezza.
Nel documento si indica che gli effetti dell’interazione dei campi elettrici e
magnetici con i tessuti biologici “si differenziano in relazione alle frequenze
del campo elettrico e magnetico” e si prendono pertanto in considerazione due
differenti tipologie di campi
elettromagnetici.
Effetti dei campi elettromagnetici a
radiofrequenze e microonde (10 kHz – 300 GHz)
“In questo intervallo di frequenza l’effetto biologico è quello
dell’assorbimento di energia all’interno del corpo umano, con conseguente
innalzamento della temperatura del tessuto” e per tale effetto sono note una
“serie di relazioni dose-risposta, su cui si basano gli attuali standard
protezionistici”.
Se l’assorbimento di energia è misurato dalla grandezza SAR (Specific
Absorption Rate) la cui unità di misura è il W/kg (watt al chilogrammo), gli
“standard protezionistici attuali ci dicono che non ci sono effetti termici al di
sotto di 4 W/kg poiché a tali livelli di esposizione non è associato un
innalzamento significativo di temperatura del corpo”.
A seconda dell’energia assorbita e dell'innalzamento della temperatura corporea
si possono avere l’attivazione del sistema di termoregolazione dell'individuo
esposto, fino ad effetti da stress
termico e a “vere e proprie ustioni e necrosi da radiofrequenze”.
In particolare l’ICNIRP (Commissione
Internazionale per la Protezione dalle Radiazioni Non Ionizzanti) fissa gli
standard protezionistici che ogni Paese deve recepire nella propria normativa:
considerato quanto detto in precedenza e al limite di 4 W/kg, “la Commissione
ha diviso per un fattore di sicurezza pari a 10 questo valore, fissando su
questa base i limiti primari per i lavoratori (quindi 0,4 W/kg); dividendo per
un ulteriore fattore di sicurezza pari a 5 viene fissato il limite primario per
la popolazione (quindi 0,08 W/kg)”.
Essendo lo Specific
Absorption Rate (SAR) non misurabile in modo diretto “si sono individuate
delle grandezze fisiche misurabili (il campo elettrico ed il campo
magnetico), e conseguentemente dei limiti derivati, che, se rispettati, ci
danno la garanzia che non vengano superati i limiti primari”: alle varie
frequenze “sono fissati valori limite per il campo elettrico e per il campo
magnetico sia per i lavoratori che per la popolazione, che, se rispettati, non
fanno sicuramente mai superare i limiti SAR e quindi non sono in grado di
produrre effetti termici”.
Effetti dei campi elettromagnetici ELF
(radiazioni a frequenze estremamente basse) e IF (basse frequenze) (f < 10
kHz)
“In questo intervallo di frequenza gli attuali standard protezionistici prendono
in considerazione la prevenzione di effetti acuti dovuti all’induzione di correnti
elettriche interne nel soggetto esposto, ad esempio le correnti indotte
possono produrre fibrillazione
ventricolare o stimolazione dei tessuti nervosi”.
In particolare l’ICNIRP “ha fissato dei limiti di base di densità di correnti
indotte nel corpo e da questi ha ottenuto dei limiti derivati in termini di
correnti di contatto, intensità di esposizione a campo elettrico ed intensità
di esposizione a campo magnetico”: il rispetto dei limiti derivati
garantisce il “non superamento dei limiti primari”.
Ma quali sono gli effetti sanitari
relativi all’esposizione ai campi elettrici, magnetici ed elettromagnetici?
Abbiamo diversi tipi di effetti, divisi principalmente in due classi:
- effetti certi, acuti o subacuti:
effetti “la cui insorgenza scaturisce da esposizioni a campi di elevata
intensità” e di cui sono noti i meccanismi e soglie: “stimolazione dei tessuti
muscolari e nervosi alle frequenze più basse e riscaldamento dei tessuti per
assorbimento dell’energia
elettromagnetica alle frequenze più alte; è unicamente tale categoria di
effetti che gli attuali standard protezionistici prendono in considerazione
nell’emanazione dei valori limite e dei livelli di azione, e che
conseguentemente sono presi in considerazione dal DLgs.81/2008 capo IV”;
- effetti ipotizzati, a lungo termine:
sono “connessi ad esposizioni croniche a campi di intensità inferiore alle
soglie di insorgenza degli effetti acuti cui al precedente punto, per i quali
esistono solo alcune evidenze non conclusive (non accertati dalla ricerca
scientifica) limitatamente alle frequenze estremamente basse (ELF)”. Ad esempio
“alcuni studi epidemiologici hanno evidenziato un incremento del rischio di
insorgenza di alcuni tipi di neoplasie - ed in particolare di leucemie
infantili - correlabile ad esposizioni croniche ai campi magnetici a 50 Hz”.
Tali evidenze “non sono tuttavia supportate dai numerosi studi sperimentali
finora condotti per indagare in condizioni controllate di laboratorio un
eventuale ruolo dei campi magnetici ELF nel rischio di neoplasie”.
Un’altra tipologia di effetti a lungo termine degli ELF, in corso di studio, è
“rappresentato dalle malattie neurodegenerative, ed in particolare dalla
Sclerosi laterale amiotrofica (SLA) e dal morbo di Alzheimer (MA), ma secondo
l’Organizzazione Mondiale della Sanità le evidenze di simili effetti sono molto
deboli”.
Oltre a effetti certi e ipotizzati diretti bisogna mettere in conto anche gli effetti indiretti “associati alla
capacità di un apparato elettrico o elettronico, di generare in un altro
apparato disturbi
elettromagnetici che possano creare problemi alla salute di particolari
categorie di persone o problemi di sicurezza”.
La questione assume rilievo particolarmente in tre ambiti:
- “gli effetti su apparati elettronici preposti alla segnalazione di allarme
per eventi ad alto rischio, e in generale alla gestione di processi industriali
a potenziale rischio di incidente;
- gli effetti su protesi biomedicali
(es. pace-maker, protesi metalliche etc.) direttamente indossate dal soggetto
interessato, sia lavoratore sia paziente;
- l’immunità di apparati diagnostici o terapeutici, dal cui corretto
funzionamento dipende la qualità della prestazione, qualità che in taluni casi
può rivestire un ruolo critico (es. apparati di supporto vitale)”.
Per evitare in particolare pericolose interferenze
per i pacemaker - anche in considerazione del fatto che gli effetti
indicati sopra possono insorgere anche a valori di esposizione inferiori ai
livelli d’azione fissati per i lavoratori
- è possibile fare riferimento ai livelli di sicurezza raccomandati
dall’ICNIRP (2009) e dall’American Conference of Government Industrial
Hygienist (ACGIH, 1999):
- campi magnetici statici: B = 0,5 mT;
- campi a 50 Hz: E = 1 kV/m; B = 100 μT.
Si ricorda infine che la possibilità di interferenze
elettromagnetiche può essere efficacemente ridotta con alcune indicazioni pratiche:
- “fornire una corretta informazione ai lavoratori;
- apporre adeguata segnaletica di avviso in prossimità di sistemi emittenti radiazione
elettromagnetica in gradi di interferire con i pacemaker;
- creare percorsi alternativi per i portatori di pacemaker nel caso di sistemi
di prossimità (metal detector, sistemi antitaccheggio), quale misura di
cautela;
- interdire l’accesso a portatori di pacemaker alle sorgenti di CEM
potenzialmente interferenti”.
Nella terza e quarta parte di questo focus dedicato all’esposizione ai campi
elettromagnetici ci occuperemo delle normative
di riferimento e delle misure di prevenzione applicabili.
“Rischi
da campi elettromagnetici in ambiente lavorativo”, materiale divulgativo
relativo al convegno omonimo; fonti: ISPESL, ISS, ELETTRA2000, ASL di Siena,
Az.USL di Modena Coordinamento Tecnico per la sicurezza nei luoghi di lavoro
delle Regioni e delle Province aut. (formato PDF, 231 kB).
Tiziano Menduto
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