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ARTICOLO DI PUNTOSICURO

Anno 21 - numero 4397 di Venerdì 01 febbraio 2019

L’importanza della valutazione del microclima nei luoghi di lavoro

C'è sufficiente attenzione nei luoghi di lavoro al rischio microclimatico? Quali sono a livello normativo i riferimenti sul microclima? Come utilizzare la recente pubblicazione Inail per la valutazione? Ne parliamo con Michele Del Gaudio dell’Inail.

 

Bologna, 1 Feb – Sappiamo che il rischio microclimatico è un rischio importante e non riguarda solo gli ambienti di lavoro in cui il ciclo produttivo richiede condizioni ambientali estreme.

E per questo motivo abbiamo più volte affrontato sul nostro giornale il rischio microclimatico con riferimento ai contenuti di una pubblicazione Inail, elaborata dalla Direzione regionale per la Campania e dal titolo “ La valutazione del microclima. L’esposizione al caldo e al freddo. Quando è un fattore di discomfort. Quando è un fattore di rischio per la salute”.

 

La valutazione del rischio microclimatico

Il documento Inail, a cura di Michele del Gaudio, Daniela Freda, Paolo Lenzuni, Pietro Nataletti e Raffaele Sabatino, affronta il tema fornendo a datori di lavoro, responsabili dei servizi di prevenzione e protezione e a coloro che si occupano di prevenzione nei luoghi di lavoro, un momento di sintesi sulle attuali conoscenze permettendo di valutare nel migliore dei modi i rischi legati alle condizioni microclimatiche.


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Tuttavia il rischio microclimatico non sempre è tenuto in idonea considerazione nelle valutazioni aziendali. E per questo motivo abbiamo pensato di intervistare, durante la manifestazione Ambiente Lavoro 2018 di Bologna, uno dei responsabili scientifici del libro, Michele Del Gaudio (ricercatore della Unità operativa territoriale di certificazione, verifica e ricerca di Avellino).

 

Relatore al convegno nazionale a Bologna “ dBA2018 - I rischi fisici nei luoghi di lavoro”, lo abbiamo intervistato proprio sul tema della valutazione del microclima, con riferimento anche alle modalità di utilizzo, da parte degli operatori, della nuova pubblicazione Inail.

Inoltre nell’intervista il ricercatore ci ricorda i risultati di un ulteriore progetto di ricerca relativo ad un idoneo programma dietetico per lavoratori esposti a stress da esposizione ad ambienti di lavoro caldi.

 

Una sintesi delle domande rivolte a Michele Del Gaudio:

 

L’intervista di PuntoSicuro a Michele Del Gaudio

 

 

C'è sufficiente attenzione nei luoghi di lavoro al rischio microclimatico?

 

Michele Del Gaudio: “Diciamo che il microclima è percepito forse come uno dei rischi non primari da valutare, perché probabilmente le aziende danno priorità a rischi come il rumore, come le vibrazioni, che hanno evidentemente maggiore attenzione.

Il microclima però è importante perché può essere causa di un abbassamento del livello della prestazione, ma soprattutto del livello di attenzione. E l’abbassamento del livello di attenzione, almeno per l’Inail, è importante perché può essere causa di distrazione e quindi causa di infortunio, ad esempio”.

 

Secondo la vostra esperienza le aziende colgono l’importanza di questo rischio in merito alle conseguenze sia per la sicurezza che per l’efficienza lavorativa?

 

M.D.G.: “Spesso la soluzione dei problemi microclimatici è legata a soluzioni tecniche e le soluzioni tecniche implicano dei costi. E questi probabilmente sono quelli che scoraggiano dall’affrontare il problema. Se in ufficio fa troppo caldo probabilmente c'è da fare delle opere strutturali. E questo può essere un problema per il datore di lavoro.

Diciamo che, alla fine, facendo un bilancio potrebbe convenire comunque. Però probabilmente non è così evidente al datore di lavoro”.

 

A livello normativo ci sono pochi riferimenti sul microclima. Se ne parla nel D.Lgs. 81/2008 sia nel Titolo II nell’ambito dei luoghi di lavoro, sia nel Titolo VIII sugli agenti fisici, ma non si va oltre una generica indicazione. E non ci sono univoche indicazioni su come valutare il rischio… Secondo lei sarebbe utile modificare qualcosa nella normativa?

 

M.D.G.: “Ovvio che tutto ciò che non è imposto per legge, fa fatica ad essere risolto. Diciamo che il Testo Unico non ha dato indicazioni, come può aver dato per altri rischi come il rumore, le vibrazioni, perché per il microclima c'è il problema (…) che è legato anche a una percezione soggettiva, quindi difficile da quantificare. E poi c'è probabilmente anche una carenza di legislazione europea in merito e quindi il tutto è demandato a delle norme tecniche. Però sono anche norme tecniche che hanno una storia. Alcune valgono da più di 40 anni, quindi evidentemente hanno avuto ragione di esistere finora.

Il problema è far eseguire, a chi fa la valutazione, il percorso giusto e quindi utilizzare gli indici di valutazione più esatti per il tipo di lavorazione con cui ci troviamo a confrontarci.

 

Un elemento della vostra pubblicazione che mi pare interessante è la sottolineatura che se dividiamo gli ambienti solo tra ambienti moderati e ambienti severi, si perde la distinzione fra ambienti nei quali non esistono ostacoli allo stabilirsi di condizioni di comfort ed ambienti nei quali tali ostacoli esistono. Distinzione che rappresenta un vero elemento discriminante. Perché questa distinzione è importante?

 

M.D.G.: “Volendo semplificare, in realtà, gli ambienti moderati o moderabili sono ambienti in cui noi possiamo trovare un discomfort che può essere considerato un fastidio per il lavoratore, con tutte le implicazioni che abbiamo detto prima.

Negli ambienti invece severi si può andare incontro a situazioni in cui viene addirittura pregiudicata la vita del lavoratore. Un colpo di calore può essere una causa di un problema importante.

Quindi l'approccio deve corretto (…) deve utilizzare la normativa che meglio risponde alle caratteristiche dell'ambiente di lavoro. (…) Ad esempio normalmente un ambiente d'ufficio non ha dei motivi specifici per svolgersi in un ambiente troppo caldo. Quindi in quel caso bisognerà fare delle operazioni che normalmente interessano la struttura. Mentre invece l'approccio per chi lavora in ambienti troppo caldi o freddi, normalmente è la riduzione dell'esposizione del lavoratore a quelle condizioni”. 

 

Come gli operatori, i datori di lavoro, le aziende possono usare il vostro libro per migliorare la valutazione del rischio e il microclima nei luoghi di lavoro?

 

M.D.G.: “Noi abbiamo immaginato di tracciare un percorso da seguire, che sia inizialmente quello di classificare l'attività lavorativa, cercando di capire se questa ha dei vincoli che impediscono modifiche all’ambiente. Oppure, nel caso in cui questi vincoli non ci siano, bisogna puntare alle soluzioni tecniche che migliorano l'ambiente dal punto di vista termico.

L'obiettivo è quello di evitare che la valutazione sia fatta poi con criteri che tendono a rendere tutti gli ambienti considerati sicuri utilizzando magari indici che non sono idonei per quel tipo di valutazione.

Quindi un ambiente moderabile è per noi un ambiente in cui si deve tendere a condizioni di confort. Un ambiente severo o stressante è un ambiente in cui c'è un vincolo insormontabile legato alla produzione, al tipo di attività. Non è trascurabile nemmeno l'aspetto climatico quando ci troviamo nelle lavorazioni all'aperto dove, ovviamente, noi non possiamo modificare i parametri, dobbiamo però fare attenzione ai tempi di esposizione dei lavoratori”.

 

(…)

 

 

Articolo e intervista a cura di Tiziano Menduto


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