Nella presentazione del dossier si ricorda che nell’ordinamento italiano “il lavoro domestico è uno speciale rapporto di lavoro le cui caratteristiche principali si rinvengono nel fatto di essere prestato all’interno e a favore di una famiglia o di convivenze varie e di essere sottratto alla disciplina limitativa dei licenziamenti”.
Inoltre il luogo di esecuzione della prestazione dedotta in contratto “è il domicilio della persona destinataria del servizio prestato, caratteristica che non può non condizionare la nozione di ambiente di lavoro e la specialità dei rischi ad essa correlati”.
Veniamo a qualche dato.
Nel 2008 in Italia sono stati rilevati circa 600 mila
lavoratori domestici registrati presso l’Inps, lavoratori che – secondo quanto indicato nel dossier - sono esposti a “peculiari criticità nella gestione della salute e sicurezza, tali da rendere costoro soggetti particolarmente vulnerabili”.
Vulnerabilità che “è destinata a crescere se si tiene conto della prevalente consistenza socio-demografica dei lavoratori impegnati in questo ambito:
donne ed
immigrati”.
E gli incidenti?
Le
mura domestiche, come già indicato in molti articoli su PuntoSicuro, non garantiscono un ambiente di lavoro sicuro e tra i lavoratori impegnati in questo luogo di lavoro avvengono circa 6 mila infortuni all’anno.
Infortuni che sono numericamente in continua crescita e che, per una gran parte, riguardano le
donne straniere.
Ma quali sono i principali rischi?
Ad esempio il rischio fisico “dettato dalla esposizione ad impianti elettrici e di riscaldamento mal funzionanti”, il rischio chimico “legato all’utilizzo di sostanze necessarie per la cura e la pulizia della casa”, il rischio di sovraccarico muscolo-scheletrico e il
rischio psico-sociale.
Riguardo alla
normativa si fa presente che il
Decreto legislativo 81/2008 se da un lato tutela “in modo più pregnante ed incisivo i lavori non standard ed il lavoro a domicilio, dall’altra non contempla altrettanto incisivamente nel campo d’applicazione soggettiva coloro che espletano servizi di assistenza domiciliare ed i lavoratori domestici, in generale”.
Nell’articolo “Come è cambiato il lavoro domestico: nuovi soggetti e nuovi rischi” di Paola De Vita si affronta la particolarità del rapporto di lavoro domestico e la tutela della sicurezza riconosciuta con la legge n. 339/1958, legge che “per prima ha riconosciuto il dovere di tutela dell’integrità psico-fisica del lavoratore domestico”.
L’autrice ricorda che uno studio condotto a Torino su 100 collaboratrici familiari mette in evidenza “un’elevata incidenza di artrosi, allergie cutanee ed esaurimenti nervosi, quali rischi tipici del lavoro prestato in ambiente domestico”.
Premesso che il lavoro domestico è da qualificarsi come medio-pesante, gli infortuni sono infatti “abitualmente derivanti da ferite, ustioni, scosse elettriche di lieve entità, ematomi per urti o cadute, strappi muscolari per sforzi nello spostamento di persone non autosufficienti, mobili, ecc”.
Come abbiamo visto le cause possono essere diverse:
- “contatto con fiamme e liquidi bollenti;
- impianti elettrici non a norma;
- difetti degli elettrodomestici;
- uso di materiali taglienti;
- scale;
- cadute su pavimenti sdrucciolevoli;
- intossicazione da gas da apparecchi difettosi;
- impreparazione o eccessivo carico nella movimentazione di disabili”.
Inoltre nell’attività domestica si assumono spesso posizioni scomode (“ad esempio, per stirare, rifare i letti, spolverare, ecc.”) che possono determinare delle alterazioni della colonna vertebrale.
Anche lo
stress è comunque “una componente rilevante, indotto in particolare dal continuo ciclo produzione-consumo”.
In particolare per le
badanti il fattore stress “può avere un ruolo determinante per la salute se l’organizzazione dei turni, degli ambienti e delle attrezzature di ausilio (per esempio, il letto) non alleviano l’attività del lavoratore”.
Recentemente poi si è data rilevanza al fenomeno del
burn out: “l’operatore affetto da burn out si ritiene inidoneo, incapace a svolgere il proprio lavoro”.
Da non dimenticare i problemi legati all’utilizzo di sostanze chimiche.
Infatti “molti ripostigli sono diventati autentici depositi ‘a rischio d’incidente rilevante’, spesso localizzati in prossimità di impianti a rischio”.
Alcuni esempi di prodotti a rischio:
- “i
detersivi e i candeggianti non sono solo irritanti per la pelle e le mucose (degli occhi, della gola e dell’apparato respiratorio), ma possono essere anche allergizzanti (dermatite da contatto ed eczema da detersivi)”;
- “i disgorganti, gli acidi e le basi forti sono corrosivi e tossici per via generale”;
- i prodotti per il verde di terrazze e giardini che spesso “sono particolarmente pericolosi”;
- “gli smacchiatori che sono generalmente solventi infiammabili e neurotossici”.
Nel lavoro domestico sono presenti anche i “problemi da
microclima (si pensi alla soluzione dell’ambiente unico cucina-soggiorno, errata in termini sia di sicurezza sia di igiene), o l’effetto delle attività esterne (il rumore) che insieme concorrono alla sindrome dell’edificio malato”.
Infine “altro rischio frequente da non trascurare per le badanti è quello biologico”.
Tutti rischi che, nell’impiego di lavoratori migranti, sono amplificati dalle “
difficoltà di lingua, incomprensibilità delle etichette, ignoranza di norme di comportamento che sono date per scontate”.
In questa situazione “il processo di
formazione e informazione dei lavoratori va valutato in tutta la sua importanza e con la ulteriore specifica finalità di colmare i limiti linguistici, comportamentali e culturali di tali soggetti che contribuiscono, oramai, in modo rilevante, se non esclusivo, allo svolgimento di attività di elevata importanza sociale”.