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Rischi specifici: il pericolo dell’utilizzo di azoto nelle cantine
Un documento dell’Azienda ULSS 9 di Treviso descrive i rischi collegati all’utilizzo di azoto nelle cantine per la produzione di vini e spumanti. I pericoli di asfissia, gli effetti della riduzione di ossigeno nell’aria e le misure di prevenzione.
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Abbiamo già ricordato più volte come i cosiddetti spazi
confinati (serbatoi, silos, recipienti, reti fognarie, cisterne, ….) siano
spesso teatro di incidenti mortali e infortuni gravi, incidenti che a volte
vengono aggravati dall’arrivo di soccorritori
non preparati che rimangono a loro volta infortunati.
PuntoSicuro, anche in relazione ai recenti incidenti avvenuti nella raffineria
di petrolio Saras di Sarroch, continua - come ha fatto in questi mesi - a raccogliere tutti i materiali informativi
che possono favorire la prevenzione degli incidenti
in questi particolari luoghi di lavoro.
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Tra gli spazi
confinati si possono annoverare anche le cantine, specialmente quando
queste sono ambienti in cui la ventilazione risulti insufficiente o assente.
Segnaliamo dunque la pubblicazione, da parte del Servizio di prevenzione,
igiene e sicurezza negli ambienti di lavoro (SPISAL) dell’Azienda ULSS 9 di
Treviso, del documento “Rischi
collegati all’utilizzo di azoto nelle cantine”.
Il documento nasce per prevenire che si ripetano alcuni eventi infortunistici
accaduti in alcune cantine del territorio trevisano.
Infatti nelle attività in questi spazi viene utilizzato sempre di più l’ azoto: un gas inerte (“nelle condizioni
d’uso”) che protegge il vino dall’ossidazione e compensa la sovrapressione di
anidride carbonica negli spumanti.
Il documento ricorda che “questo gas viene pompato sulla superficie superiore
del vino per svuotare un’autoclave, con pressioni fino a 6 atm. per gli
spumanti”.
A svuotamento avvenuto tuttavia “parte dell’azoto permane nella cisterna e vi
rimane per un tempo indefinito se non si effettuano specifiche azioni per il
suo allontanamento”.
Generalmente si ritiene che l’azoto non sia un gas di per sé pericoloso: infatti “l’aria che respiriamo è costituita
dal 79% di azoto e dal 21% di ossigeno” e l’azoto “non appartiene a nessuna
delle categorie di pericolosità definite nella normativa per la classificazione
delle sostanze e dei preparati pericolosi”.
Tuttavia l’azoto può “diventare pericoloso
sulla base delle sue proprietà chimico-fisiche e del modo in cui è utilizzato”:
ad esempio se pompato in uno spazio
confinato e se “con la sua presenza riduce la pressione parziale, e quindi
la concentrazione, dell’ossigeno presente nell’atmosfera”.
E’ evidente che se, in un ambiente come quello appena descritto, arrivano dei
lavoratori per operazioni di controllo, lavaggio, manutenzione, ci può essere
il rischio di asfissia.
Un tipo di asfissia,
denominata anossia anossica, che “si
presenta in tutte le atmosfere povere di ossigeno”, come, ad esempio, “in quota
per riduzione della pressione barometrica” o “per inquinamento dell’aria di gas
inerti (non nocivi o tossici) come azoto, metano, idrogeno, ecc”.
L’effetto di questi gas ad alte concentrazioni può essere narcotico: “la
vittima non ha le percezione di quello che sta accadendo; per cui passa rapidamente
allo stato di incoscienza e, se non viene soccorsa in tempo, subisce danni
permanenti o muore”.
Il discorso sull’azoto vale anche per l’anidride carbonica presente nelle
attività di vinificazione: “non è di per sé un gas tossico/nocivo (è il prodotto
della respirazione ed è un costituente naturale dell’atmosfera) ma, abbassando
la pressione parziale dell’ossigeno, può provocare asfissia”.
Inoltre – ricorda lo SPISAL - l’azoto ha un peso specifico quasi uguale a
quello dell’aria e “quindi non tende a
stratificarsi verso il basso (come ad es. il GPL o la CO2), né a
sfuggire verso l’alto (come l’elio o l’idrogeno)”.
Il documento – che vi invitiamo a leggere – riporta una tabella esplicativa con
gli effetti della riduzione della
concentrazione di ossigeno e ricorda che per garantire una concentrazione
di ossigeno adeguata, almeno superiore al 17%, la concentrazione di azoto deve essere inferiore al 83 %.
Infatti già con una concentrazione del 17% di ossigeno si può avere:
- “diminuzione della visione notturna;
- aumento dell’aria inspirata;
- accelerazione del ritmo cardiaco”.
Se la concentrazione arriva al 16% possono aversi vertigini e se scende ancora
al 15%:
- “turbe dell’attenzione, delle capacità valutative, del coordinamento;
- episodi di apnea;
- affaticamento;
- perdita di controllo della motricità”.
Sono evidenti i rischi di queste basse concentrazioni negli ambienti di lavoro.
Dopo aver raccontato le dinamiche di due incidenti avvenuti nel territorio
dell’Azienda Sanitaria, il documento sottolinea la “scarsa consapevolezza del
rischio da parte delle persone coinvolte e l’incapacità di mettere in atto
appropriate misure di intervento in caso di emergenza”.
Viene anche segnalato l’articolo 66 del Decreto legislativo 81/2008 che tratta
in maniera specifica i “Lavori in ambienti sospetti di inquinamento” e
ricordato che negli ambienti lavorativi il datore
di lavoro deve:
- “valutare preliminarmente il rischio
chimico in ambienti
confinati;
- adottare le misure per eliminare o minimizzare il rischio”.
Se poi è necessario operare all’interno dell’ambiente
confinato “vanno attuate le seguenti misure
per ridurre al minimo il rischio:
- verificare che l’apertura di accesso abbia dimensioni adeguate per consentire
l’agevole recupero di una persona priva di sensi;
- utilizzare sistematicamente apparecchiature per la verifica della qualità
dell’aria (ad es. con ossimetro. Non è ammesso utilizzare sistemi empirici,
come il tempo trascorso dal momento di apertura del portello di accesso);
- formulare e disporre procedure scritte e dettagliate per ogni fase di lavoro;
- individuare le persone e le competenze;
- assicurare squadre composte da almeno 2 persone;
- disporre e utilizzare apparecchi per la protezione
delle vie respiratorie adatti al rischio (autorespiratori,
non dispositivi a filtro);
- disporre e utilizzare DPI
per il salvataggio mediante pronto sollevamento ed estrazione dell’infortunato
(ad. es. imbracatura e argano di sollevamento);
- assicurare formazione e addestramento adeguati degli operatori;
- formulare e diffondere procedure scritte e dettagliate per gli interventi di emergenza
e soccorso;
- assicurare un’adeguata preparazione degli addetti aziendali per il Primo
Soccorso (riferita in particolare alla ventilazione bocca a bocca)”.