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Anno 12 - numero 2445 di giovedì 22 luglio 2010
Microclima: valutare il rischio nei luoghi di lavoro Un documento affronta il problema microclimatico nei luoghi di lavoro. Gli aspetti normativi, gli sbalzi termici, la qualità dell’aria, l’areazione naturale, la ventilazione forzata, la filtrazione e il ricircolo.
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In questi giorni il gran
caldo insiste in molte parti della nostra penisola e, di conseguenza, in
molte attività lavorative acquista più rilevanza il problema microclimatico; microclima
che, se non idoneamente affrontato può essere fonte di disconfort e arrivare a
compromettere salute e sicurezza dei lavoratori.
Per approfondire la questione presentiamo un documento pubblicato dall’Azienda Sanitaria Locale Roma H
nelle pagine web dedicate al dipartimento di prevenzione (S.Pre.S.A.L.).

In “Microclima”,
a
cura di Giovanni Proietti Simonetti, si affrontano diverse questioni
relative
agli ambienti di lavoro.
Riguardo agli aspetti normativi si
indica che i riferimenti legislativi fondamentali per la valutazione
degli
ambienti termici moderati sono indicati nell’allegato IV del Decreto
legislativo
81/2008: questi “contengono
una serie di disposizioni qualitative con riferimenti a molte quantità
(temperatura, umidità, velocità dell’aria, attività, soleggiamento), ma
nessun
indicatore semplice sulla base del quale formulare un giudizio di
qualità, né
alcun criterio quantitativo di accettabilità”.
Al contrario la normativa tecnica “propone una metodologia per la valutazione
del
confort microclimatico basata su quantità dette indicatori (o
indici)
sintetici di qualità (o di rischio), che condensano in un numero minimo
di
valori numerici tutta l’informazione necessaria alla formulazione di un
giudizio di accettabilità o inaccettabilità di un ambiente termico”:
- indici sintetici di confort globale;
- indici di disconfort.
Tutti temi di cui abbiamo recentemente parlato in riferimento ad un documento
sul
rischio microclimatico, a cui vi rimandiamo per eventuali
approfondimenti.
Il documento affronta il tema degli sbalzi
termici.
Gli sbalzi termici elevati sono possibili sia in inverno
che in estate, ma le situazioni più critiche si presentano “in
corrispondenza
di condizioni estive estreme nelle quali non è difficile creare
differenziali
dell’ordine di 10 ÷ 15° C fra interno ed esterno, che possono preludere a
danni
per la salute”.
Alcune raccomandazioni:
- “si raccomanda di predisporre una zona di transizione non
condizionata, anche
di dimensioni limitate, nella quale mantenere condizioni termiche
intermedie
fra quelle esterne e quelle interne per permettere l’acclimatamento
prima di
entrare/uscire dal locale;
- qualora fosse oggettivamente impossibile ricavare questa zona, si
consiglia
di aumentare la temperatura interna nei giorni
estivi
più caldi, in modo da non esasperare la differenza esterno–interno;
- poiché tuttavia l’ambiente deve essere comunque adattato primariamente
alle
esigenze di chi vi lavora, non vanno superati i valori di temperatura
dell’aria
che definiscono il limite superiore del confort per condizioni
tipiche
estive”, ad esempio circa 26°C per attività molto moderate e vestiario
consono alla stagione.
Il documento affronta anche i problemi relativi alla qualità
dell'aria indoor, dove per “aria indoor” si intende “quella
presente negli ambienti
confinati non industriali (quali abitazioni, uffici, ospedali,
scuole
ecc…): essa è caratterizzata dalla presenza di sostanze di varia natura
che
provengono sia dall’interno delle costruzioni (originati dalla stessa
presenza
umana o da emissioni di materiali e attività) che dall’esterno, ma che
non sono
naturalmente presenti nell’aria esterna di sistemi ecologici di elevata
qualità”.
Nel corso degli anni si è assistito a un progressivo
aumento, “sia in numero che in concentrazione, di sostanze
inquinanti
aerodisperse con relative ricadute negative per gli effetti
sulla salute”, incremento dovuto:
- a scelte costruttive indirizzate, per legge, al risparmio energetico e
caratterizzate da ridotti gli scambi termici verso l’esterno;
- utilizzo di nuovi materiali per l'edilizia e per gli arredi;
- incremento del condizionamento che, “per recuperare una quota parte
dell’energia termica, adottano un ricircolo dell’aria”;
- “maggiore permanenza di persone all’interno di questi ambienti (nei
paesi
industrializzati le persone trascorrono all’interno degli edifici oltre
l’80%
del loro tempo) che contribuiscono essi stessi all’inquinamento
atmosferico con la respirazione e l’abitudine voluttuaria al fumo
di
sigaretta”.
Anche in questo caso non ci soffermiamo sugli effetti patologici
dell’inquinamento indoor - già trattati in altri articoli di PuntoSicuro
- con
particolare riferimento a:
- Building Related Illness (BRI): “malattia
correlata
all’edificio”;
- Sick Building Syndrome (SBS): “sindrome dell’edificio malato”;
- Multiple Chemical Sensitivity (MCS): “sindrome da sensibilità chimica
multipla”.
Il documento affronta poi l’aerazione
naturale, gli scambi d’aria tra gli ambienti di lavoro e l’ambiente
circostante: L’areazione naturale:
- “concorre al mantenimento di una buona qualità dell’aria indoor;
- permette di “controllare il valore di umidità relativa, riducendo la
formazione di condensa del vapore d’acqua sulle pareti e quindi il
rischio
della formazione di colonie
batteriche”;
- permette di “favorire gli scambi convettivi ed evaporativi e quindi
permettere una migliore termoregolazione corporea negli ambienti caldi”.
Dunque una qualità accettabile dell’aria interna “deve essere ottenuta
in primo
luogo attraverso l’aerazione naturale” e “i
sistemi di aerazione meccanica vanno adottati non in sostituzione, ma
come
integrazione dell’aerazione naturale, qualora questa non sia sufficiente”.
Dopo aver indicato alcuni valori di riferimento per l’areazione naturale
negli
ambienti lavorativi, l’autore si occupa della ventilazione forzata,
la “soluzione impiantistica classica in cui
il movimento dell’aria è realizzato con ventilatori, a volte inseriti in
un
sistema di condizionamento
o trattamento dell’aria, che prelevano aria all’esterno dell’edificio e
la
distribuiscono utilizzando (almeno parzialmente) una canalizzazione”.
Il ricambio d'aria forzato avviene
quando:
- “l’aerazione naturale (continua o discontinua) è insufficiente;
- si devono rimuovere inquinanti diffusi a bassa tossicità e non è
possibile
ricorrere all'aspirazione localizzata. In presenza di inquinanti
moderatamente
o molto tossici e per sorgenti ben individuabili ci si deve avvalere di
aspirazioni localizzate;
- sono richiesti (da una fonte legislativa, per esigenze produttive,
...)
parametri certi di qualità dell'aria in termini di rinnovo e/o
filtrazione/depurazione”.
Dopo aver affrontato i problemi della filtrazione
dell’aria, riportando una tabella di classificazione dei filtri, si
ricorda
che “una soddisfacente distribuzione
della ventilazione nell'ambiente, indispensabile per contenere entro
limiti
accettabili l'inquinamento
ai posti di lavoro, dipende non solo dalla portata dell’impianto ma
anche da
altri fattori quali:
- il tipo ed il posizionamento delle bocche di mandata e di
estrazione;
- la temperatura dell’aria immessa e le sorgenti di calore presenti
nell’ambiente;
- il peso specifico degli inquinanti da eliminare”.
Infine due parole sul ricircolo
dell’aria, una modalità di gestione dell'aria di ventilazione “che
permette
un risparmio energetico ma può comportare peggioramenti anche sensibili
nella
qualità dell'aria”. Questo è il sistema “meno sicuro per assicurare la
salubrità
dell’aria in un edificio: infatti è sufficiente che in un solo ambiente
si
realizzi un inquinamento di qualsivoglia natura (chimico, batteriologico
o
virale) che la contaminazione si diffonda, anche se diluita, in tutti i
locali”.
Il documento si conclude, con riferimento alla stagione estiva,
esprimendo una
preferenza per l’impianto
di
climatizzazione e indicando che “nella stagione calda la
temperatura non
dovrebbe essere inferiore di oltre 7°C da quella esterna”.
ASL ROMA H, “Microclima”,
a
cura di Giovanni Proietti Simonetti - T.d.P. ASL ROMA H (formato PDF,
736
kB).
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