Il rischio biologico degli impianti di condizionamento
Un documento si sofferma sulla climatizzazione degli ambienti indoor e sul rischio biologico con particolare riferimento alla presenza di legionella. Le malattie da contaminazione del microclima e il ruolo degli impianti nella qualità dell’aria.
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In questi ultimi anni l’attenzione dell’opinione pubblica si è più volte
soffermata sulla qualità dell’aria degli
ambienti di lavoro: un fattore importante per la salute dei
lavoratori.
Negli ambienti
indoor, come abitazioni,
uffici
o ospedali, la qualità dell’aria dal punto di vista chimico, fisico e biologico
è correlata a diversi fattori. Tra le principali fonti di contaminazione
microbiologica si devono considerare l’uomo, gli animali, gli arredi, la
polvere e gli impianti
di condizionamento.
Il documento - elaborato da professionisti della Consulenza Tecnica
Accertamento Rischi e Prevenzione dell’INAIL, dell’ Associazione
Italiana
Igienisti Sistemi Aeraulici e della Direzione Generale - Consulenza
Statistica
Attuariale dell’INAIL – indica che le
patologie legate alla qualità
dell’aria indoor sono generalmente raggruppate in due distinte
tipologie
che dipendono dal microclima
e dall’esposizione agli agenti chimici, fisici e biologici eventualmente
presenti:
- “quelle note come Sindrome
dell’Edificio Malato (Sick Bulding Syndrome, SBS)”: la SBS
presenta “sintomi aspecifici ma ripetitivi e non correlati a uno
specifico
agente, quali: irritazione degli occhi, delle vie aeree e della cute,
tosse,
senso di costrizione toracica, nausea, torpore, cefalea ecc”;
- “quelle definite come Malattie
Correlate all’Edificio (Bulding Related Illness, BRI): le BRI sono
“patologie ben precise, come la legionellosi, l’alveolite allergica e
altre
comuni allergie, per le quali l’agente causale può essere identificato”.
In
particolare “gli agenti biologici aerodispersi negli ambienti
confinati, in grado di causare patologie
nell’uomo e considerati, quindi, un rischio per la salute,
comprendono i
batteri (i.e. Stafilococchi e gram negativi), i funghi (i.e.
Cladosporium,
Penicilium, Alternaria, Fusarium, Aspergillus) e i loro residui
(endotossine,
micotossine), i peli, le spore, i virus (i.e. Rhinovirus e virus
influenzali),
gli acari, e i pollini”.
Soffermiamoci sulla legionella.
Tra i batteri patogeni è “particolarmente rilevante l’eventuale presenza
della
legionella, un bacillo aerobio gram negativo”, diffuso in tutti gli
ecosistemi
acquatici naturali”.
Le legionelle
– “parassiti intracellulari naturali dei protozoi” che possono usare
“meccanismi
simili a quelli utilizzati per colonizzare le amebe per moltiplicarsi
all’interno dei macrofagi umani come patogeni opportunisti” – nel caso
trovino
“condizioni favorevoli alla propria sopravvivenza”, sono in grado di
“passare
dagli ambienti naturali a quelli artificiali raggiungendo picchi di
crescita a
temperature comprese tra i 28 e i 50 °C”.
Di legionelle sono state descritte più di 50 specie, “metà delle quali
potenziali patogene per l’uomo, anche se circa il 90% dei casi di
infezione
registrati sono riferibili alla specie L. pneumophila”.
Malgrado le difficoltà diagnostiche (la legionellosi non è facilmente
distinguibile da una comune polmonite senza eseguire alcuni test molto
specifici), alcuni studi tra il 2002 e il 2003 stimano che la legionella
“sia l’agente eziologico del 2-15% delle
polmoniti comunitarie e del 15-20% delle polmoniti nosocomiali”
(infezioni
delle basse vie respiratorie acquisite oltre le 48 ore dal ricovero del
paziente in ospedale).
Gli autori ricordano anche alcuni fattori
di rischio che espongono alla patologia: “l’età (più del 70% dei
casi ha
più di 50 anni), l’immunodeficienza, il sesso (i maschi presentano un
indice di
rischio maggiore delle donne), le malattie croniche, il tabagismo,
il cancro e il diabete”.
Questo studio cerca di valutare - attraverso campionamenti
microbiologici effettuati
negli anni 2004-2008, in occasione di alcuni interventi di manutenzione e
sanificazione - i “livelli di
contaminazione microbiologica e l’eventuale presenza di legionella
in
diverse tipologie d’impianti di aerazione e climatizzazione di ambienti
indoor, distribuiti su tutto il territorio nazionale”.
I dati analizzati si riferiscono prevalentemente a “impianti di edifici
per
uffici (33% dei siti) e di strutture sanitarie (25% dei siti). Il
restante 42% è rappresentato da banche,
industrie, navi passeggeri e centri commerciali. La maggior parte degli impianti studiati è del tipo a
tutt’aria (43%), seguiti dal tipo ad aria primaria (38%), tutt’aria e
fancoils
(3%), nei casi rimanenti l’informazione non è stata fornita”. Nel
dettaglio la
“ricerca di Legionella spp. è stata effettuata in 77 dei 107 siti
monitorati ed
è risultata positiva in 13 casi”.
La discussione intorno ai risultati dello studio fanno “emergere diverse criticità che offrono alcuni spunti di
riflessione sulla
problematica della qualità dell’aria
indoor”:
- si mostra una “congruenza” tra la
distribuzione sul territorio nazionale dei siti monitorati (per lo più a
centro-nord) e la distribuzione dei casi di legionellosi
notificati e registrati nei
data base dell’Istituto Superiore di Sanità. Secondo quanto indicato dal
“rapporto annuale sulla legionellosi in Italia del 2007 (ISS)” questi
casi sono
“molto più numerosi al centro-nord con il 75% dei casi notificati da
sole sei
regioni”;
- nel caso degli impianti a tutt’aria,
si riportano valori di contaminazione
ambientale “bassi” o “molto bassi”: il fenomeno potrebbe essere spiegato
“considerando che nel caso degli impianti a tutt’aria, l’aria trattata e
climatizzata è per la maggior parte prelevata all’esterno e solo in
parte
minore riciclata dall’aria in ripresa, salvo casi particolari, come le
sale
operatorie, in cui non viene utilizzata aria di ricircolo”. “L’utilizzo
di aria
ripresa dagli ambienti già climatizzati, consente un notevole risparmio
energetico per il riscaldamento e di ridurre il processo di
umidificazione
durante il periodo invernale”. È presumibile che la “concentrazione di
agenti
biologici dovrebbe essere simile o migliore, se i filtri sono
efficienti, a
quella dell’aria esterna e non essere influenzata dalla presenza di
fonti di
contaminazione all’interno degli ambienti e dalla eventuale
contaminazione
delle sezioni di umidificazione”;
- gli impianti ad aria primaria, climatizzazione
con fancoils, appaiono
“correlati a cariche batteriche totali aerodisperse significativamente
più
alte”. Ad esempio gli impianti ad aria primaria “sono associati a
dispositivi
secondari necessari come complemento per la climatizzazione degli
ambienti,
spesso rappresentati da fancoils che ricircolano l’aria ambiente per
ore”.
Inoltre, gli impianti ad aria primaria “non avendo ripresa e quindi non
potendo
riutilizzare aria già climatizzata, devono necessariamente sottoporre
l’aria a
continui processi di umidificazione, aumentando il rischio di
contaminazione
microbiologica”. La sezione di
umidificazione, infatti, è “uno dei punti critici per il rischio
biologico
negli impianti aeraulici”;
- nonostante quanto indicato i dati riportano una “differenza tra la
media dei
valori delle cariche microbiche all’interno degli impianti ad aria
primaria e
quella degli impianti a tutt’aria. I primi sembrano avere cariche
batteriche
più basse dei secondi, con valori medi pari a circa la metà”: questo
dato può
essere in parte “spiegato considerando il meccanismo di funzionamento
dell’impianto; infatti, va considerato che nelle condutture degli
impianti a
tutt’aria una certa percentuale dell’aria che passa è aria di “ripresa” e
quindi potenzialmente contaminata, mentre, negli impianti ad aria
primaria è
tutta aria esterna”. E sul risultato può pesare il fatto che pesare il
fatto
che, “casualmente, gli impianti a tutt’aria non risultavano essere stati
sottoposti a operazioni di bonifica
negli ultimi 5 anni, a differenza di quelli ad aria primaria per i quali
erano
riportate non solo manutenzioni ordinarie, effettuate anche su quelli a
tutt’aria, ma anche ricorrenti operazioni di bonifica”;
- le informazioni relative ai casi di legionellosi
mostrano che buona parte dei casi sono “correlati ad impianti
a servizio di strutture ospedaliere, la qual cosa, oltre a
confermare che la polmonite del legionario è una patologia di tipo
opportunista
che evolve in seguito a infezione di persone spesso già
immunocompromesse,
forse è anche imputabile al fatto che la diagnosi è stata effettuata con
maggior puntualità nel caso di pazienti ospedalizzati e, quindi, più
facilmente
sottoponibili ai necessari test di screening”.
In conclusione sembra “emergere il ruolo
degli impianti come rilevante per la qualità dell’aria indoor”. La tipologia
d’impianto “appare correlata al grado di contaminazione
microbiologica
dell’aria e si conferma il ruolo determinante non solo della
manutenzione
ordinaria ma anche di quella straordinaria per il mantenimento di
condizioni
igienico sanitarie adeguate”.
Associazione Italiana Igienisti Sistemi Aeraulici, “Climatizzazione
di
ambienti indoor e rischio biologico” a cura di P. Anzidei e F.
Venanzetti (Inail, Direzione Generale - Consulenza Tecnica Accertamento
Rischi
e Prevenzione), R. Caruso e G. Ziragachi (Associazione Italiana
Igienisti
Sistemi Aeraulici), F. Cipolloni e F. Marracino (Inail, Direzione
Generale -
Consulenza Statistica Attuariale), pubblicato sul numero di gennaio 2010
della
rivista “Biologi d’Italia” (formato PDF, 1.00 MB).
Salve, un rischio biologico negli impianti di condizionamento assai rilevante per rischi della salute sono: le piscine pubbliche comunali e private.
Questi ambienti sono frequentati da donne uomini bambini anche da neonati di pochi mesi..e spesso e volentieri gli impianti di condizionamento forzato o NON funzionano completamente ,pertanto si aggiungono rischi di inspirazione di agenti chimici non solo per il pubblico ma anche per i lavoratori delle piscine respirando: agenti chimici le " CLOROAMINE" e altri prodotti in evaporazione ! Che recenti studi hanno dimostrato probabili mutazioni genetiche del DNA ! ! !e altri danni (se Bagnini ed Istruttori faranno esami del sangue si trovano tracce di cloro !).Ma essendo questi assunti con contratti precari coco, a ritenuta d'acconto etc. NON si fanno visite mediche..e niente corsi di legge sicurezza pertanto molti lavoratori NON sanno o NON possono venire a sapere dei rischi ! ! !
Inoltre l'aria è malsana con presenza di umidità continua , gli impianti che funzionano ..spesso NON viene fatta nessuna manutenzione mettendo tutte le problematiche di contaminazioni nuovamente in circolo..! In quanto la maggior parte delle piscine Comunali (più frequentate) vengono lasciate in gestione.. a chi spetta la pulizia dei filtri d'areazione funzionamento e manutenzioni ? Alla società di gestione? O spetta ai Comuni ???
Così accade "spesso "che nessuno dei due fanno pulizia dei filtri..e messa in funzione dell'aria condizionata..mettendo a rischio lavoratori e clienti piscine !Inoltre a volte certe piscine NON fanno funzionare appositivamente gli impianti di condizionamento..semplicemente perchè l'energia elettrica costa...
Questi controlli quando li fanno ? Da chi sono fatte le ispezioni? Dall'Asl ? Dai Carabinieri Nas? Dagli Ispettori dei Vigili del fuoco? Se questi impianti funzionassero bene e manutenzione fatta realmente non ci sarebbero rischi e si risparmierebbe anche di riscaldamento..ma a quanto pare gestori e Comuni delle piscine preferiscono ..mettere a rischi continui i lavoratori delle piscine e popolazione tutta !Ed i lavoratori assunti..spesso non sono abilitati neppure a quello che fanno..ci sono Istruttori nuoto senza brevetti..e a volte mancano i bagnini che sono obbligatori sia in piscine Comunali che private ad uso pubblico..personale coperto o con doppilavoristi o pensionati..senza brevetti!Pertanto se si facessero i controlli ripetuti e continui nelle piscine si scoprirebbero che molti impianti di condizionamento NON funzionano o se funzionano NON vi è spesso nessuna manutenzione..e nel contempo si scoprirebbero che il personale o non ha brevetti o non ha corsi di legge obbligatori..in quanto c'è tanto lavoro in NERO presente e contratti a tempo..
Sergio Morando
( Assistente bagnanti brevetti: M.I.P. Mare interni e piscine ,Istruttore Nuoto Società Nazionale Salvamento Genova)
Il datore di lavoro deve fornire una informazione e formazione che garantisca il coordinamento dell’equipe ed eviti che qualcuno assuma delle decisioni e prenda delle iniziative che possano compromettere la sicurezza di altre persone. Di G.Porreca.
Il D.Lgs. 231/2001 prevede per l’ente l’esonero dalla responsabilità amministrativa qualora dimostri una serie di condizioni: tra queste l’adozione ed efficace attuazione di modelli di organizzazione, gestione e controllo. Di Rolando Dubini.
Esempi tratti dall’archivio Infor.mo.: infortuni correlati ad attività di getto di calcestruzzo nell’edilizia e all’utilizzo di autopompe e betonpompe. Le rotture del braccio idraulico, il colpo di frusta, la mancanza di DPI e l’attività di coordinamento.
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