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Le prescrizioni del D.Lgs. 81/2008 e la valutazione di tutti i rischi


La difficoltà di effettuare una valutazione di tutti i rischi davvero completa là dove si prenda come “linea guida” la parte tecnica del D.Lgs. 81/2008. Di Alessandro Mazzeranghi.

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Ultimamente alcuni articoli di Punto Sicuro hanno ospitato approfondimenti interessanti sulla valutazione di alcuni rischi specifici (p. es. il rischio chimico), che per loro natura risultano piuttosto “difficili” da valutare.
Vorrei allargare un attimo il campo partendo da questa legittima considerazione espressa qualche giorno fa da Tiziano Menduto. Considerazione che, evidentemente, condivido.
 
Quello che mi interessa esprimere e commentare, è la difficoltà di effettuare una valutazione di tutti i rischi davvero completa là dove si prenda come “linea guida” la parte tecnica del D.Lgs. 81/2008. Questo a fronte dell’obbligo che insiste sul Datore di Lavoro di valutare tutti i rischi per la salute e la sicurezza dei lavoratori.

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A questo proposito chi scrive, in virtù dell’età “diversamente giovane”, ricorda bene l’effetto ingenerato dal D.Lgs. 626/94 che introduceva chiaramente e inequivocabilmente il concetto di valutazione dei rischi.  Per rispondere alla domanda degli “utenti”: “e ora esattamente cosa dobbiamo fare?”, molti soggetti pensarono bene di predisporre delle liste di controllo in cui si elencavano:
-          I possibili rischi, direttamente desunti dalle disposizioni di legge vigenti all’epoca.
-          E le misure di sicurezza proposte dalle medesime leggi per tali rischi.
 
Devo riconoscere che questo approccio, che non mi è mai piaciuto sotto il profilo metodologico astratto, ha consentito comunque a tanti di identificare i problemi presenti nell’ambiente di lavoro e adottare misure di miglioramento utili a ridurre i rischi. Quindi non possiamo che ringraziare chi, all’epoca, ha messo a disposizione tali preziosi ausili.
 
Ma venti anni sono passati, e forse sarebbe il momento di riesaminare i nostri approcci. E invece non lo facciamo, perché consideriamo sempre la legge, ora il D.Lgs. 81/2008 e s.m.i., come punto di partenza della valutazione. Quando c’è una modifica o una integrazione alla legge ci poniamo quasi come se in quel momento “nascesse” un nuovo rischio, o venisse modificato un rischio di cui evidentemente non eravamo bene informati. Insomma, lo spirito della check list è rimasto in testa a tanti che si occupano di sicurezza.
 
In difesa delle check list
Non voglio sembrare integralista, quindi mi sento in dovere di chiarire che le check list (di pericoli, di requisiti di sicurezza, di DPI …) sono uno strumento utilissimo per la gestione in campo della sicurezza. Se io RSPP predispongo una check list per aiutare i miei preposti a verificare periodicamente i dispositivi di sicurezza delle macchine, non faccio forse qualcosa di estremamente utile?
Quindi le check list come strumento di supporto per i “non specialisti” di una determinata materia sono comunque qualcosa di assai utile. Ma non mi sembrano lo strumento più idoneo per gli specialisti, specie se nell’utilizzarle ci si illude di avere una sorta di garanzia di completezza.
 
La Valutazione di Tutti i Rischi
La questione che voglio porre, prima di tutto a me stesso, è la seguente: come posso sentirmi sicuro di avere valutato tutti i rischi che caratterizzano un determinato contesto lavorativo?
Qualche volta, dove il contesto sotto il profilo della salute e della sicurezza è molto semplice (un ufficio, per esempio), posso anche sentirmi ragionevolmente sicuro di avere osservato tutto e di avere identificato tutti i pericoli e valutato i relativi rischi, senza dover per questo fare ragionamenti o usare approcci complessi.
 
Ma se già passo ad un contesto industriale … ebbene già in una azienda industriale di medie dimensioni non è difficile dimenticare qualcosa. E se adotto l’approccio che io definisco a check list, secondo il mio parere, è ancora più probabile che mi sfugga qualche aspetto anche parecchio rilevante.
 
Quindi proporrei di “liberare la mente” da tante sovrastrutture articolate (le check list, appunto, o se preferite la volontà di perseguire il pieno rispetto dei requisiti di legge, che a mio avviso è la stessa cosa), e ritornare alle fondamenta del risk based thinking (bella definizione “inventata” nella nuova ISO 9001:2015). La domanda che ci dobbiamo porre è ovvia: “qui, in questa azienda, ora o in futuro qualcuno potrebbe infortunarsi o contrarre una malattia professionale?”. Se la risposta è sì, allora si avvia la valutazione; ovviamente non cerchiano un mero SI/NO, cerchiamo piuttosto un elenco di sì, ognuno accompagnato da e, non ultimo, da un quanto.
 
Ma se la domanda è astrattamente quella più giusta, forse non è quella migliore sotto il profilo operativo. Provo quindi a correggerla per renderla più facile da applicare: “qui, in questa azienda, ci sono ora o ci saranno in un prevedibile futuro pre-condizioni che potrebbero dare luogo a danni per le persone, siano essi infortuni o malattie?”. Spostare il discorso dal danno alle pre-condizioni è una semplificazione tecnica (che successivamente deve essere recuperata) che libera il ragionamento da ogni elemento non indispensabile per il riconoscimento dei pericoli. Se è vero quello che sostengo in queste righe, che esiste una concreta possibilità di non identificare pericoli e rischi che invece sono presenti nel luogo di lavoro, allora semplificare la ricerca dei pericoli è, a mio avviso, la strada da seguire.
 
Torniamo quindi a quelle che ho voluto nominare pre-condizioni (che tutti ribattezzerete pericoli): intendo qui quelle condizioni / situazioni / oggetti concreti che se sono presenti portano un pericolo, se non sono presenti non portano nulla (ovviamente). In assenza di pre-condizioni quindi non avrei né pericoli, né tanto meno rischi per la sicurezza e per la salute delle persone. Vi chiedo, prima di imprecare, di seguire il ragionamento ancora per un attimo.
 
In azienda ho una caldaia alimentata a gas metano. Una caldaia di semplice riscaldamento, quindi nulla di enorme. Il gas metano è una pre-condizione, o se preferite è una fonte di pericolo. Può danneggiare la salute delle persone e/o può generare incendi o esplosioni. Quindi ho un qualcosa di fisico (il gas) che introduce due tipologie di pericolo. E qui arrivo ad una interessante biforcazione, ovvero posso affrontare questa conoscenza (la presenza del gas) con l’intento di capire i rischi concretamente introdotti, tramite due domande:
-          Quali sono le zone classificate secondo direttiva ATEX e quali potrebbero quindi essere i relativi rischi di esplosione?
-          Quali situazioni potrebbero comportare una perdita di gas metano (che per definizione consideriamo potenzialmente pericolosa)?
 
Sono due domande diverse, più di quanto sembra. La prima richiede una analisi del circuito metano, la identificazione delle conseguenti aree classificate (presso gli sfiati, le valvole, le flange ecc.), il loro dimensionamento in funzione dei parametri di impianto (pressione del gas, tipo della possibile perdita ecc.) e la verifica che nelle aree classificate non ci siano fonti di innesco. E così (normalmente) si finisce. Ovviamente se ci fossero punti di innesco in zona ATEX si dovrebbero mettere in atto le misure di adeguamento / miglioramento necessarie, ma poi davvero fine.
 
La seconda domanda può portare ad utilizzare le tecniche di classificazione come supporto per identificare alcuni scenari pericolosi, ma poi conduce a una analisi del contesto e degli scenari che chi si occupa di classificazione ATEX delle aree è assai restio a fare. Per esempio: se i tubi del metano corrono per un tratto all’esterno di un edificio lungo cui transitano mezzi di trasporto, non è per caso possibile che un mezzo di trasporto in caso di incidente colpisca e rompa i tubi, con conseguente perdita?
 
È solo un piccolo esempio, altri simili ne potremmo fare parlando di reazioni fra sostanze chimiche, di perdita di vapore da valvole di sicurezza con sfiato in zone di passaggio … ne potremmo fare davvero alcune decine che, per come siamo abituati a usare la legge e le conseguenti check list (come dicevo anche solo mentali), possono sfuggire molto facilmente.
 
Cosa mi immagino (che possiamo fare)
Si, la via della legge come check list è una via facile, soprattutto rassicurante. E poi pone argine a una questione che ogni RSPP ha ben precisa davanti: “che mi direbbe il mio datore di lavoro se per una mia negligenza subisse una prescrizione?”. Fare bene il proprio lavoro evitando inutili prescrizioni (economicamente onerose) al datore di lavoro (e indirettamente alla azienda). E non c’è nulla di sbagliato: procedere in tal modo non comporta alcun male … diretto. Ovvero si opera sempre a favore di maggiore sicurezza e salute.
Ma c’è un buco nelle nostre fondazioni, il buco scavato da un tarlo, che è piccolo ora, ma che potrebbe portare a un grave crollo. Così facendo (come sopra appena descritto) stiamo privilegiando il rispetto della legge alla tutela delle persone! E se dovessimo incappare in una di quelle situazioni (potenziali) che non abbiamo considerato (per effetto della nostra check list), potrebbe accadere un disastro.
 
Volete un esempio? THYSSEN di Torino. Tanti ragionamenti furono fatti dalla azienda (a quello che s’è detto nel processo) sotto il profilo delle misure anti incendio obbligatorie, ma qualcuno aveva anche solo pensato la dinamica dell’incidente che poi si è verificato? Le misure anti incendio non messe in atto sarebbero state sufficienti contro l’effetto “lanciafiamme” che si è verificato? Se non prendo in considerazione la possibile dinamica pericolosa, partendo dalle pre-condizioni e sviluppandole in scenario, posso anche essere a norma … ma lo stesso estremamente pericoloso.
 
E qui arrivo al punto critico, come spesso mi succede. Questo nostro mestiere non è banale, richiede tanta capacità, volontà e attenzione, ha un valore etico e sociale indiscutibile ma molto maggiore di quello che pensiamo giorno per giorno quando lavoriamo, insomma è un mestiere difficile. Se ci togliamo il salvagente delle check list siamo costretti a nuotare in mare aperto, e talvolta in un mare in burrasca, senza neanche il minimo aiuto se non la nostra competenza tecnica di base (che mai coprirà la molteplicità di argomenti diversissimi che dovrebbe conoscere un RSPP).
Ma se la perfezione non è di questo mondo, è anche vero che nessuno ci chiede di essere perfetti nei dettagli. Dobbiamo invece concentrarti sui rischi, quelli veri, quelli che hanno una potenzialità di danno tale da cambiare la vita del danneggiato. Il resto sono quisquilie che alla peggio (se ci sfuggono) comportano esborsi pecuniari, peraltro modesti.
È un cambio di mentalità, io lo propugno da tanti anni ma ancora vedo poco, eppure non riesco ad immaginare un approccio diverso che sia eticamente corretto. In fondo mi dico: noi esistiamo e lavoriamo e siamo retribuiti per tutelare la salute e la sicurezza dei nostri colleghi, prima di tutto! O sbaglio?
E se ho ragione: là dove non vediamo un pericolo, siamo noi responsabili anche se poi, per la legge, potrebbe essere punito un soggetto da noi diverso. Perché dove noi non vediamo, possiamo stare (abbastanza) certi che nessun altro veda!
 
Alessandro Mazzeranghi
 
 


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Rispondi Autore: Pietro temante20/01/2016 (09:34:23)
Ottime riflessioni
Rispondi Autore: Cinieri Vincenzo20/01/2016 (12:55:55)
Carissimo Alessandro, le tue considerazioni provengono dal "cuore" e lavorare con coscienza è cosa utile e giusta specie quando è in gioco la vita delle persone. Però devi darmi atto che non tutti i valutatori sono persone qualificate e come tali non potranno mai "fare bene il proprio lavoro" come tu dici; in Italia per i veri professionisti non c'è alcun riconoscimento giuridico; a mio modesto parere occorre uno specifico elenco dove si dovrebbe entrare solo dopo un "vero" esame. Mettiamoci in gioco, io sono pronto.
Rispondi Autore: pietro ferrari20/01/2016 (13:17:15)
Le utili considerazioni di Mazzeranghi esprimono la tensione e la preoccupazione di tanti RSPP responsabili (ricordo, per inciso, che il 2015 è stato un annus horribilis per i RSPP rispetto alle pronunce della Cassazione penale).
Aggiungerei che il RSPP è tenuto legalmente a conoscere e pre-vedere tutto, ma non lo è concretamente. Intendo dire che egli meglio potrebbe "sfruttare" le diffuse conoscenze pratiche dei lavoratori e dei RLS, oltre naturalmente ad appoggiarsi a competenze tecniche altamente specializzate, laddove ne ravvisi la necessità.
Si capirà che ciò dipende molto da come un RSPP affronta il suo compito professionale (ed etico, aggiunge giustamente l'autore) e si pone di fronte alle proprie responsabilità, anche in proiezione penalistica.
cordialmente, ferrari
Rispondi Autore: ROBERTO ROCCHEGIANI20/01/2016 (15:35:11)
Alessandro mi hai letto nel pensiero ?
Ho appena terminato le slides per il corso che terrò agli ASPP/RSPP sul modulo A3 Valutazione dei rischi ….. che ho ribattezzato VALUTAZIONE DI TUTTI I RISCHI.

Giustissimo il tuo scenario, ma pensiamo anche all'evoluzione delle nostre organizzazioni ed alle differenze di GENERE !

Ve la vedete voi la vostra azienda popolata da 60 enni, da lavoratori di differenti etnie e quindi con misurazioni antropometriche da richiedere una VDR a "misura" d'uomo, da lavoratrici femminili che occupano posizioni fino a ieri occupati da i colleghi dell'altro sesso ? ecc.

Tutto questo è già DLgs 81/08, solamente che và attualizzato, i tempi stanno cambiando velocemente e noi…. RSPP dobbiamo come ben sapete anticiparli.


Un caro saluto.
Rispondi Autore: fabio mapelli21/01/2016 (08:51:41)
,,,,noooo ancora lobby?????
siamo il paese delle lobby
avvocati, ingegneri, periti, geometri, infermieri.....etc etc...........
tutti hanno un albo... tutti ci mangiano sopra. siamo il paese in cui ci sono più persone che "mangiano sopra" di chi lavora.
poi ci chiediamo comed mai una visita medica in Francia costa al max 100 dal primario e in Italia si arriva anche a 250€, come mai il costo del lavoro in Italia è alto e all'estero è piu basso?
Invece di creare nuove lobby, abbattiamo quelle esistenti...............
Rispondi Autore: alessandro mazzeranghi21/01/2016 (16:54:04)
io non so quale sia la soluzione per migliorare le nostre prestazioni (di errori di valutazione dei rischi ne faccio tanti, alcuni li scopro in un secondo tempo, chissà di quanti non sono consapevole).

Sono però certo che dobbiamo evitare visioni miopi dovute spesso a stimoli esterni (quanti datori di lavoro reagiscono male se prendono una prescrizione per una semplice questione formale?), e riportare il lavoro di chi valuta i rischi ai suoi fondamenti tecnici ed etici. Per fare questo dobbiamo prima di tutto fare capire a chi ci circonda come "si fa sicurezza". Sperando che ne siamo capaci!
Rispondi Autore: Gianni23/01/2016 (08:07:41)
Credo che le motivazioni che interagiscono sul
l'argomento siano tante. Sicuramente la capaci
tà ma non solo. Fare una valutazione professio
nalmente seria serve molto tempo/impegno,cono
scenze e figure specialistiche,tutto questo ha
un costo professionale + un costo di messa in
sicurezza che quasi nessun vuol pagare,in par-
ticolare nelle piccole/mricro aziende, quindi che si fà ? Non parliamo poi delle parcelle
per assistenza/consulenza. Morale,è diventa-
to complicato far quadrare il cerchio.
Rispondi Autore: alessandro mazzeranghi23/01/2016 (08:54:18)
verissimo, il costo dei lavori di adeguamento che emergono da una valutazione seria spesso è ingente. E le aziende che già hanno problemi a sopravvivere in questi tempi di difficoltà, non POSSONO pagarlo (non è sempre vero, ma in diversi casi lo è).

Più che stigmatizzare l'attendismo delle aziende negli ultimi 20 anni non saprei cosa fare per risolvere queste situazioni ormai incancrenite. Ma ci sono anche gli altri, quelli che avrebbero un po' di risorse e si piangono addosso per puro opportunismo; a loro dico: almeno fate un piano pluriennale partendo dalle questioni più urgenti ed evidenti per poi affrontare anche quelle marginali. Ovviamente non mi ascolteranno, ma allora non meritano di fare gli imprenditori o i manager!
Rispondi Autore: alessandro mazzeranghi23/01/2016 (09:36:11)
verissimo, il costo dei lavori di adeguamento che emergono da una valutazione seria spesso è ingente. E le aziende che già hanno problemi a sopravvivere in questi tempi di difficoltà, non POSSONO pagarlo (non è sempre vero, ma in diversi casi lo è).

Più che stigmatizzare l'attendismo delle aziende negli ultimi 20 anni non saprei cosa fare per risolvere queste situazioni ormai incancrenite. Ma ci sono anche gli altri, quelli che avrebbero un po' di risorse e si piangono addosso per puro opportunismo; a loro dico: almeno fate un piano pluriennale partendo dalle questioni più urgenti ed evidenti per poi affrontare anche quelle marginali. Ovviamente non mi ascolteranno, ma allora non meritano di fare gli imprenditori o i manager!
Rispondi Autore: alessandro mazzeranghi24/01/2016 (17:16:24)
verissimo, il costo dei lavori di adeguamento che emergono da una valutazione seria spesso è ingente. E le aziende che già hanno problemi a sopravvivere in questi tempi di difficoltà, non POSSONO pagarlo (non è sempre vero, ma in diversi casi lo è).

Più che stigmatizzare l'attendismo delle aziende negli ultimi 20 anni non saprei cosa fare per risolvere queste situazioni ormai incancrenite. Ma ci sono anche gli altri, quelli che avrebbero un po' di risorse e si piangono addosso per puro opportunismo; a loro dico: almeno fate un piano pluriennale partendo dalle questioni più urgenti ed evidenti per poi affrontare anche quelle marginali. Ovviamente non mi ascolteranno, ma allora non meritano di fare gli imprenditori o i manager!

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