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08 maggio 2014 - Cat: Normativa
  

Organizzazione aziendale e organizzazione della sicurezza sul lavoro


La matrice dell’organizzazione prevista dalla legislazione sulla sicurezza non comporta variazioni rispetto al normale assetto organizzativo aziendale e genera invece un rilevante vantaggio funzionale.

 
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Urbino, 8 Mag – Spesso la normativa sulla tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro è considerata nelle aziende come qualcosa imposto dall’esterno. Qualcosa che porta a considerare la materia della prevenzione degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali un “corpo estraneo, qualcosa a cui adattarsi, doverosamente, qualcosa da costruire appositamente, ma non qualcosa da cercare e da trovare dentro di sé, dentro la propria governance”, dentro le proprie funzioni, processi, usi, tradizioni, cultura. Ma se tale approccio straniante è “del tutto parziale e nient’affatto vincente”, si può parlare di sicurezza partendo “dall’azienda come organismo”.

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Formazione e informazione generale dei lavoratori sulla sicurezza e salute sul lavoro

A parlare in questi termini è un breve saggio sul diritto della salute e sicurezza sul lavoro prodotto da Olympus, un Working Paper dal titolo “Sicurezza (del lavoro) e organizzazione (aziendale)” a cura di Francesco Bacchini, professore aggregato di Diritto del lavoro e delle relazioni industriali e sindacali nell’ Università di Milano-Bicocca.
 
Il documento - inserito nel sito di Olympus il 19 dicembre 2013 – ricorda che la normativa posta a tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori, “soprattutto la più recente e moderna, risulta saldamente imperniata sul binomio azienda-organizzazione, con evidenti e rilevanti implicazioni sull’’attività d’impresa”.
 
A questo proposito si ricorda che la letteratura economico-aziendale definisce l’azienda “un sistema tecnico-sociale nel quale vengono ‘mixate’ e si fondono risorse umane e mezzi strumentali. Il processo dinamico e sinergico, diretto alla definizione di obiettivi per la realizzazione di risultati attesi, attraverso il quale risorse umane e risorse tecnologiche interagiscono tra loro, rappresenta l’attività (ovvero il comportamento) aziendale”. Attività che è in larga parte funzione dell’organizzazione.
 
In particolare la struttura organizzativa dell’attività aziendale “esprime la definizione dei processi produttivi ed è imperniata sulla divisione del lavoro”, sulla “specializzazione professionale, sul raggruppamento organico, il tutto a definire un’organizzazione funzionale (Jones, 2007). Dunque una struttura organizzativa aziendale, anche solo di medie dimensioni consta normalmente “di processi di linea e di funzioni di staff, ossia di attività di equipe, di team a sostegno dei primi, governati da un vertice strategico e con alla base un nucleo operativo (Mintzberg, 1983)”.
Ma l’attività aziendale non è, tuttavia, “solo funzione necessaria della struttura organizzativa (liberamente determinabile dall’imprenditore), ma anche di variabili esterne. La norma giuridica è la principale variabile esterna (o ambientale) dell’attività aziendale e come tale ne interseca la struttura organizzativa, rivolgendosi ad essa, implicandola, descrivendola con varie modalità ed a vari livelli”.
 
In particolare nel Decreto legislativo 81/2008 (T.U.) sono diffusi i riferimenti normativi che “sanciscono la centralità dell’organizzazione aziendale nella gestione sistemica degli obblighi prevenzionali, su tutti l’art. 15, in particolare la lett. b del comma 1, le definizioni di cui all’art. 2, lett. b, c, d ed e, gli artt. 28 e 29 sulla valutazione dei rischi, l’art. 299 sull’esercizio di fatto dei poteri direttivi e sulle relative posizioni di garanzia”.
E la matrice strutturale del binomio azienda-organizzazione, riscontrabile nella normativa di sicurezza, in particolare nel T.U., “si fonda sull’individuazione sistemica degli incarichi funzionali”. In base alla definizione dei processi aziendali, alla divisione del lavoro, secondo le specializzazioni “vengono individuati i ruoli dell’ organizzazione aziendale che devono, proceduralmente, provvedere all’attuazione delle misure di sicurezza e salute sul lavoro”.
 
Il saggio si propone dunque di dimostrare che la matrice dell’organizzazione, come prevista dalla legislazione sulla sicurezza, “non comporta alcuna modifica, alcuna variazione rispetto al normale assetto organizzativo aziendale, generando, anzi, in ragione dell’aderenza della prima nei confronti del secondo, un rilevante vantaggio funzionale e ciò in quanto le misure tecnico-gestionali di sicurezza e salute migliorano il processo produttivo ed il lavoro ad esso necessario, così da rendere l’attività aziendale più efficace ed efficiente”.
 
Il saggio si sofferma ampiamente sulla delega di funzioni e segnala, ad esempio, che “l’inquadramento delle competenze interne all’impresa, ovvero all’azienda, che determina in capo ai soggetti indicati nell’organigramma funzionale, l’assunzione a titolo originario della qualifica prevenzionistica di dirigente e preposto, finisce per svolgere un ruolo alternativo o sostitutivo della delega di funzioni”. Sicché “ben può affermarsi che la predisposizione da parte del datore di lavoro e il corretto funzionamento di un adeguato organigramma dirigenziale ed esecutivo, è in grado di esonerarlo, anche senza il ricorso alla delega di funzioni, dalle responsabilità antinfortunistiche di livello organizzativo-gestionale e di sovrintendenza esecutiva” (Cass. pen., 27 luglio 2011, n. 29935; Cass. pen., 7 febbraio 2012, n. 41981).
 
Se non esiste un reale dualismo tra la struttura organizzativa aziendale e la struttura organizzativa della sicurezza sul lavoro, il precetto antinfortunistico-organizzativo “non si pone più, dunque, solo come un comando esterno, ma assume una dimensione interna e strategica, divenendo un fondamentale strumento per il raggiungimento degli obiettivi economici aziendali”.
Ed è per questo motivo che una moderna organizzazione aziendale “deve oggi essere rappresentata da una struttura organizzativa unitaria, funzionale, efficiente, efficace, sicura, capace di garantire, insieme al rispetto delle persone e delle regole, business e performances”.
 
E ragionando in termini di “ responsabilità sociale dell’impresa” (RSI), può dirsi infine “socialmente responsabile” quell’impresa che “svolge la propria attività (nel perseguimento di legittime finalità lucrative) non limitandosi a rispettare prescrizioni e vincoli giuridici, ma premurandosi di adottare tutte quelle cautele utili a prevenire ed evitare i pericoli e i pregiudizi che dalle proprie iniziative potrebbero derivare alla comunità in cui opera o anche alle generazioni future (Alpa, 2008)”.
 
 
 
 
Olympus - Osservatorio per il monitoraggio permanente della legislazione e giurisprudenza sulla sicurezza del lavoro, “ Sicurezza (del lavoro) e organizzazione (aziendale)” a cura di Francesco Bacchini, professore aggregato di Diritto del lavoro e delle relazioni industriali e sindacali nell’Università di Milano-Bicocca, Working Paper di Olympus 28/2013 (formato PDF, 252 kB).
 
 
RTM
 
 
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Rispondi Autore: Alessandro Claudio Orefice08/05/2014 (20:48:36)
La, rappresentazione dell'organizzazione data dal professor Bacchini come organismo vivente e che apprende, è proficua metafora per riflettere della prevenzione in innumerevoli modi conseguenti, perché apre il varco a ricche contaminazioni con altri saperi e alla centralità, accanto alla gerarchia e alla dimensione del controllo, a quella dell'ascolto, così indispensabile perché l'azienda si percepisca come sistema organizzativo che apprende[si pensi alla consultazione nel TUsic, duramente fustigata nelle relazioni di lavoro, secondo la mia esperienza],a partire da quella che interessa la progettazione e l'erogazione di tutte le attività di formazione. Che per essere tali, nei contesti organizzativi debbono essere sempre 'organizzative' e cioè, strutturate in relazioni tra attese fiduciarie tra le persone, in cooperazione tra i lavoratori. Non è un caso che nessuno si sia mai sognato di fare formazione manageriale, motivazione nelle organizzazioni con una attività somministrata a distanza,talmente "a distanza dalla formazione" che a cambiarle nome in e-impara e in e-ascolta, si fa certo miglior figura che a chiamarla addormentamento individuale. Insomma un bel modo per cavarsela, farla finita con 'sta storia della formazione per la sicurezza e così metterci una bella pietra sopra. Quando invece lo stare in relazione [secondo una dizione sistemica di sensibilità al cambiamento in un territorio dove si evolve e si cambia scambiando e non recependo riversando nozioni 'da' un pieno 'a' un vuoto], è omologa alla definizione di 'formazione' che ne da' il TUsic, che recita 'dei lavoratori' cioè in relazione tra: e non a distanza dalle relazioni; 'e non' a distanza: 'di' lavoratore ' da' lavoratore', teorizzato come monade fluttuante in un nulla pneumatico che nulla di relazione organizzativa 'e-apprende'. Lo 'stare in relazione' è la cifra con cui si misura ogni azione organizzativa al pari di ogni struttura organizzativa. Anzi, si può addirittura dire: a pena di disconoscerla come 'sistema', una struttura non può riuscire a 'far stare in relazione ambiente-risorse-persone-obiettivi-risultati' secondo equilibri prevenzionali sistemici. Nel cui disegno di sistema le varie lineette organigrammatiche di relazione tra i ruoli ed i copioni degli attori[le regole] sono importanti se non di più, almeno alla pari delle geometrie che disegnano le caselle [il potere]. Potere e regole [Herard Frieberg 1992]. Le regole stesse che l'organizzazione ed i suoi attori si pongono, soffrono invece spesso di una dicotomia che viene riflessa come disagio burocratico, ed espressa come inutili orpelli alla libidine dell'azionista, come se agire fosse smisuratezza del 'cosa fare' che in regime di libertà, avesse per natura la vocazione a prescindere da un 'come agire'. La diarchia tra struttura e prevenzione, introduce, esemplificandola, quella schizofrenia che è registrabile ogniqualvolta si venga a contrapporre all'organismo vivente ontologicamente contrassegnato dalla diade potere e regole, la diarchia 'o potere o regole'. Tutti i maestri che ho incontrato lungo il cammino professionale sia nel campo del marketing, che in quello socio-organizzativo e psicologico delle organizzazioni, hanno insistito sulla malattia che attanaglia l'azione dell'attore organizzativo, sotto stimoli diffusi interpretati come contradditori provenienti dall'ambiente, perde il controllo del senso [sempre umano] dei significati delle relazioni, lasciando emergere una deriva del quotidiano tristemente contrassegnata dalla patologia. Il termine competizione è diventato [e si stenta generalmente a cogliere diffusamente la portata questo profilo] divinità e criterio di paragone magico di tutto, e spiegazione se non giustificazione di ogni sacrificio, tanto da interessare strutture di organizzazione ed istituti relazionali. Non si comprende perché ad esempio, nell'agire organizzativo delle scelte,il progettarle e farlo in logiche di prevenzione [pensiamo semplicemente all'acquisto di una sedia ergonomica]debba essere per forza inteso come anti-impresa, perdita di tempo e costi burocratici; non si comprende infine perché conseguire onori sia considerato fattore in competizione con il preventivare oneri ed il preventivo potere come antitesi competitiva della conseguente responsabilità. E così via. Anche come uomini se rinunciamo alle regole da lavarci, vestirci, coprirci, istruirci, nutrirci, prenderci cura della solidità e solidarietà organizzativa, prima poi ci ammaleremmo, di un male fisico, psichico o sociale [TUsic salute]. Eppure spesso singolarmente mettiamo in competizione piacere a fegato, intestino o polmoni, etica e rispetto, costringendoci a interventi di protezione e a riconversioni produttive, a base di mortificanti risparmi ed estenuanti cure dimagranti in luoghi di espiazione per riorganizzare un sistema snello di relazioni al pari di una lean organization. E tutto questo esito di una divaricazione tra prevenzione simbolo [limite, regole segni] e ambiente [contesto, ambiente, referente], senza che sia presente la cifra relazione solcata da una idea [la politica: la referenza,il frame, la cornice, la cultura cooperativa, solidale e cumpetens] a cucire coerentemente l'una e l'altra mentre si lavora e si crea valore con le persone.

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