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Il ruolo della formazione nel sistema della prevenzione


Come fare buona formazione e come stimolare e rafforzare l’azione formativa nelle aziende? Qual è il suo ruolo nella prevenzione? Come rendere sistematica l’attenzione per la sicurezza? Un contributo di Roberta Papi.

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Roselle (GR), 3 Mar – Continuiamo il nostro percorso di analisi, di indagine sulla formazione alla sicurezza erogata nel nostro paese. Continuiamo ad affrontare le  tante criticità e le altrettante buone prassi, anche a partire dalle esperienze e dai suggerimenti che riceviamo dai molti nostri lettori che lavorano come  formatori in materia di sicurezza e salute.
Il contributo che pubblichiamo oggi parte dall’analisi di alcune parole che spesso diamo erroneamente per scontate parlando di formazione e che invece, se analizzate, ci permettono di comprendere come  fare formazione nelle aziende...
 
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Il ruolo della formazione nel sistema della prevenzione
Di Roberta Papi.
 
Il concetto che vorrei esplicitare in questo breve articolo è tutto compreso nel titolo: il “ruolo della formazione nel sistema della prevenzione”.
 
Ogni parola ha un peso specifico all’interno della frase, senza la quale la frase stessa non ha senso, nella forma e nei contenuti.
 
Partiamo dalla parola “ruolo”.
Alla formazione bisogna chiedere ciò che può dare: non può risolvere carenze strutturali, né può sostituire strumenti idonei al lavoro, funzionanti e in perfetta efficienza. La formazione sull’utilizzo degli strumenti di lavoro acquisisce senso e sostanza se quest’ultimi sono adeguati e rispondenti ai requisiti su cui bisogna informare e poi addestrare.
Ciò significa che la formazione è inutile? No: significa che funziona a patto che occupi la giusta casella e se èpreceduta e seguita da atti che la rendano generatrice di gesti e comportamenti concretamente attivabili.
 
Passiamo poi alla parola “formazione”.
Un rappresentante dei lavoratori del comparto artigianato ci dice che “la formazione è intesa dai lavoratori come spiegazione sull’utilizzo dei dispositivi di protezione individuale e come informazione sui rischi specifici del luogo di lavoro, e, quando non è così, è vissuta come tempo perso”.
Ciò significa che le ore in aula debbano essere ridotte ad illustrazione di meccanismi causa-effetto? Ovviamente no, ma chi si occupa di formazione non può far cadere nel nulla questa sollecitazione.
Evidentemente dobbiamo meglio far emergere le relazioni, dobbiamo meglio legare i concetti alla prassi e soprattutto dobbiamo far vedere sempre i risultati pratici di ciò che diciamo, compreso chi, come me, lavora su tematiche trasversali.
E’ Gianni, rappresentate dei lavoratori in una azienda strutturata e con oltre 100 addetti, a dirci che “negli anni con l’avanzare della crisi economica, anche i lavoratori hanno perso interesse verso le tematiche della salute e della prevenzione, a favore della garanzia e sicurezza del posto di lavoro. La formazione, di conseguenza, è vissuta, a volte, come cosa secondaria”.
Stimolo assolutamente interessante e da cogliere. Forse proprio perché siamo ormai dentro una crisi economica che non vede uscita, la formazione fatta ai lavoratori merita meno riferimenti agli articoli di legge e più riferimenti alle situazioni in cui il sistema della prevenzione inizia a cedere, spiegando il come ed il perché. E già il sentirlo e percepirlo come argomento secondario appare la prima premessa utile all’insinuarsi di comportamenti scorretti o più semplicemente all’aumentare di errori umani nello svolgimento delle mansioni. La letteratura sul tema è ricchissima di esempi.
È proprio quando si inizia a istillare il dubbio che se ne può fare a meno che l’azione formativa va stimolata e rafforzata, proprio come strumento e azione preventiva.
 
Arriviamo alla parola “sistema”.
A introdurci l’argomento è Marco, responsabile di sito di una multinazionale del settore energetico. Marco ci racconta che “nessun lavoratore e/o contrattista della nostra azienda si azzarderebbe mai a salire su una scala con altezza superiore ad un metro e mezzo senza la dovuta informazione e gli specifici DPI o il dovuto aggiornamento e - aggiunge - ovviamente questo è solo un esempio per dire che il nostro è un lavoro ad alto rischio intrinseco e come tale l’attenzione alla sicurezza è argomento prioritario e condizione necessaria anche solo per accedere al sito”.
Marco ci offre davvero molti spunti. Intanto ha chiarito con un esempio la parola “sistema”. Ogni lavoratore, indipendentemente dal suo inquadramento contrattuale e ruolo nell’organigramma, sa che per svolgere una mansione, strumenti, formazione ed addestramento sono collegati, e trasforma questa consapevolezza in azione concreta e quotidiana. Aggiunge anche che questo accade perché è un ambiente di lavoro classificato “ad alto rischio”.
Ecco: la vera sfida è rendere sistematico questo atteggiamento nel tempo, ed estenderlo anche nelle aziende a rischio basso e medio, qualsiasi sia il numero di lavoratori al suo interno. Sappiamo che tra le cause di infortuni c’è l’approccio troppo confidente, distratto e ricco di automatismi, alle situazioni di apparente “basso rischio”, o più semplicemente di rischio per consuetudine non più avvertito come tale.
 
Finiamo con la parola “prevenzione”.
È Lucia, datrice di lavoro di una azienda del comparto manifatturiero, a suggerirci un approccio: “ai miei collaboratori dico spesso di fare tesoro di ciò che viene appreso in ambito formativo e di portare quei concetti anche fuori dell’ambiente di lavoro”.
Un approccio interessante che vede la formazione come occasione per sviluppare una forma mentis, un patrimonio da gestire anche fuori ed oltre l’ambiente di lavoro. Quale maggiore e migliore stimolo per noi che lavoriamo nel mondo della formazione? Ci viene offerta una occasione per stimolare una rete di relazioni tra la propria visione del mondo e la tutela della propria salute.
 
La formazione se è fatta bene e è inserita in un sistema serve. Serve a tutti i portatori di interesse all’interno dell’azienda, lavoratori e datori di lavoro ovviamente per primi.
 
Un’ultima riflessione a questo punto: la formazione deve essere fatta bene.
Fortunatamente non è erogata da volontari, ma da professionisti. Ciò significa che deve produrre risultati in termini di conoscenze, competenze e consapevolezza per cui si riceve lettera di incarico e conseguentemente si è compensati. Se la formazione non produce il  risultato dichiarato, non dovrebbe essere pagata da coloro che ne usufruiscono. Esattamente come non paghiamo un articolo mal confezionato o un cibo scaduto.
Se la formazione, come crediamo sia, fa parte di un sistema complesso, articolato e interconnesso, ogni parte in causa deve assumersi il suo pezzo di responsabilità e fare la sua parte, altrimenti si perde la visione di insieme e i pezzi del puzzle non solo non si incastrano ma rischiano di ostacolare la creazione del disegno finale.
 
Roberta Papi
Formatrice e consulente
 
 
 
Creative Commons License Questo articolo è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.

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Rispondi Autore: Massimo Tedone03/03/2016 (10:15:49)
Bene, il problema nasce quando si ha a che fare con Datori di lavoro che già "loro" pensano che formazione e informazione sia tempo e denaro perso (è sufficiente vedere la sezione Immagini dell'insicurezza per capire). Purtroppo un'azienda, se vuole lavorare, si trova a dover operare in tempi strettissimi e con minori costi possibili, non solo nel piccolo ma anche in aziende diciamo importanti.
Personalmente lavoro in un'azienda del TPL e quasi sempre le attività di manutenzione si svolgono nell'intervallo tra l'ingresso in deposito di un bus e la nuova uscita (più o meno 2 ore) e pur in presenza di procedure più o meno corrette il tempo è tiranno e noi "dobbiamo" fare servizio.
Resta il fatto che è un bene proporre argomenti varie discussioni, fanno crescere la cultura della sicurezza.

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