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30 giugno 2008 - Cat: Edilizia
  

Il lavoro nero in “Morte a 3 euro”: intervista all’autore


“Morte a 3 euro” solleva il coperchio di un mondo invisibile e disperato, un mondo senza tutela e sicurezza. Per conoscerlo meglio intervistiamo l’autore, il giornalista Paolo Berizzi.

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Del libro “Morte a tre euro: nuovi schiavi nell’Italia del lavoro”, pubblicato da Baldini Castoldi Dalai, abbiamo già parlato in un precedente articolo di PuntoSicuro.
 
Parlando di questo libro abbiamo incontrato un mondo che non è contemplato nei dati ufficiali e non rispetta direttive, norme o leggi sulla sicurezza. Un mondo di lavoratori poveri, in maggioranza stranieri e spesso clandestini, che si sottopone a turni di lavoro pesanti e a rischi continui.
 
Per conoscere meglio questo mondo e raccogliere suggerimenti, riguardo a quello che la politica o la società civile dovrebbero fare, abbiamo intervistato l’autore.
 

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- Come è nata l’idea del libro e della scelta di descrivere “dall’interno” questa realtà?
 
“L’idea di scrivere il libro nasce da un’inchiesta sul caporalato nell’edilizia che ho scritto per Repubblica tra marzo e aprile 2007. Mi sembrava che il modo migliore per raccontare la giungla dei cantieri, i lavoratori “schiavi” e i loro sfruttatori, e insieme i meccanismi perversi che ogni giorno alimentano il lavoro nero nel settore delle costruzioni fosse entrarci “con le braccia”. E così ho fatto. Mi sono finto manovale in nero e ho lavorato per una decina di giorni nei cantieri della Lombardia  e soprattutto di Milano. Anch’io schiavo dell’edilizia come decine di colleghi, soprattutto stranieri e per lo più clandestini, che lavoravano con me per paghe da fame e in totale insicurezza. Anch’io arruolato dai caporali all’alba per strada e sfruttato per dieci dodici ore al giorno nei cantieri. Mentre trafficavo tra assi, ponteggi, botole, già pensavo che forse non era il caso di fermarsi a quell’inchiesta, per quanto forte, e che quel viaggio alla scoperta del lavoro nero e del lavoro che uccide doveva continuare. Da qui l’idea di scrivere “Morte a 3 euro”: per raccontare tutte le principali realtà dove si annida il caporalato e quelle ancora più drammatiche funestate dalle morti bianche. Perché lavoro nero e lavoro che uccide sono due fenomeni che spesso s’intrecciano formando una miscela devastante”.
 
- Sui nostri tavoli e sul nostro sito transitano valanghe di numeri: leggi, normative, regole e dati. Tuttavia questi numeri non descrivono la realtà vera del lavoro, la realtà che comprende la parte più fragile, più nascosta e più ricattabile, magari perché povera e non professionalizzata. Tu questo mondo non l’hai solo raccontato, l’hai vissuto. Puoi descrivercelo?
 
“E’ il mondo degli “invisibili”, degli schiavi del terzo millennio: un esercito di disperati che sembra uscire dalle foto ingiallite delle campagne meridionali degli anni ’50 o da quelle dell’800 sudamericano. Sono manodopera a basissimo costo, sfruttata nei cantieri e nelle campagne per 3-4 euro l’ora. Stranieri, spesso irregolari, ma anche italiani: manovali e braccianti svuotati dei loro diritti e sovraccaricati di doveri: per far guadagnare il “capo” , che li compra al mercato delle braccia o direttamente o tramite i caporali. Sono quasi sempre ricattabili: spesso pagano una tangente al caporale, se si fanno male non possono andare all’ospedale perché questo significa perdere il posto di lavoro. Se volano da un impalcatura, a volte vengono trasportati da un’altra parte e abbandonati in strada come cani: si simula una rissa o un incidente stradale per nascondere l’infortunio. Questo è il mondo dei nuovi schiavi nell’Italia del Lavoro”.
 
- Quali sono le principali inadempienze riguardo alla sicurezza che tu hai riscontrato nel lavoro tuo e dei tuoi “temporanei” colleghi?
 
“In dieci giorni di lavoro nei cantieri non ho mai indossato il caschetto di sicurezza né la cintura ne gli scarponi antinfortunio. E nelle stesse mie condizioni lavoravano decine di colleghi. Arrampicati al settimo piano di un edificio, sui ponteggi, senza osservare le basilari norme di sicurezza. Sembrava abitudine diffusa e consolidata non tutelarsi, né il “capo” ci ha mai obbligati a rispettare le norme previste per legge”.
 
- Nel mondo in cui ti sei immerso non ci sono 626 o Testi Unici sulla sicurezza da rispettare. Come è possibile? Credo abbiate lavorato in cantieri regolari, di fronte ad altri lavoratori regolari e, magari, a committenti che non potevano ignorare la vostra condizione...
 
“Come lavorano i manovali nei cantieri è sotto gli occhi di tutti: basta farsi un giro in un qualsiasi cantiere e si vedranno operai che sembrano tanti Tarzan e rischiano la vita, appesi a un filo che i può spezzare da un momento all’altro. Committenti, capi cantiere, capisquadra in molti casi fingono di non vedere. In nome di un quieto vivere e di un «lasciare andare» tutto italiano. Ma la cosa peggiore è la mancanza di controlli. Mai visto un ispettore del lavoro, dell’Asl, dell’Inps, nemmeno un rappresentante delle forze dell’ordine. Quando ho chiesto al mio capo se dovevo mettermi il casco mi ha detto di tenerlo a portata di mano ma che non ce n’era bisogno. «Se anche viene un ispettore, chiude un occhio»”.
 
- In alcuni tuoi articoli su Repubblica hai ripreso i dati ufficiali INAIL, riguardo ad infortuni e morti sul lavoro nei cantieri, cercando di mostrare quali siano le cifre che questi dati non possono raccontare. Qual è secondo te il rapporto tra dati reali e dati ufficiali?
 
“I dati ufficiali sono sempre in difetto. Il sommerso, negli infortuni sul lavoro, è enorme: per questo il quasi milione di infortuni professionali denunciati ogni anno deve farci pensare che almeno altrettanti, se non di più, accadono ma non vengono denunciati”.
 
- Hai parlato spesso nel tuo libro di “angoscia dell’infortunio”. Un angoscia che hai vissuto tra tavole di ferro che potevano schiacciarti e betoniere che potevano travolgerti. Un angoscia che un attimo di distrazione poteva trasformare in una tragedia. Che peso ha quest’angoscia nella fatica e nel rischio continuo di un lavoratore irregolare?
 
“La percezione del peso dell’angoscia e del rischio dell’infortunio, anche mortale, va a intermittenza: molti lavoratori la considerano una cosa normale, da mettere in conto. Per questo, spesso, scatta un meccanismo psicologico per cui ci si sente immuni dall’infortunio. Un meccanismo che è spesso all’origine dell’incidente. Gli irregolari, i clandestini buttati nel mare dell’edilizia per 3 o 4 euro l’ora, lavorano senza fiatare, schiavi del caporale e consapevoli che quello è l’unica possibilità che hanno per guadagnarsi il pane. Anche a costo di morire perché nessuno gli ha insegnato che cos’è la sicurezza sul lavoro”.
 
- In Italia la piaga del caporalato sembra insanabile, a volte tollerata o a volte disconosciuta. Perché? Cosa potrebbe fare la politica e la società civile per estirparla?
 
“C’è una grande ipocrisia di fondo: da parte dell’opinione pubblica, da parte della politica e spesso anche delle cosiddette parti sociali. Ma più di tutti da parte degli imprenditori, soprattutto quelli che nel ricco Nord pubblicamente si dicono favorevoli a cacciare gli immigrati o a  non farli entrare nel nostro Paese, e poi se ne servono a piene mani ogni giorno per le loro imprese. Il caporalato è tollerato e disconosciuto perché serve alla nostra economia, perché senza la manodopera straniera irregolare molti settori della nostra impresa subirebbero flessioni enormi. Perché è più conveniente assumere un manovale moldavo o marocchino a 3 euro l’ora piuttosto che a 10. La politica dovrebbe applicare quelle norme che ci sono ma che finora sono state purtroppo disapplicate. Bisogna istituire il reato di intermediazione con una pena che vada dai 3 agli 8 anni, e con l’arresto obbligatorio. Bisogna rivedere il decreto legge 286 del 1998 all'articolo 27 che consente il distaccamento, cioè a un'azienda italiana di creare un'attività in un Paese dell'Unione Europea e poi portare sul suolo nazionale i lavoratori. Bisogna invece obbligare gli imprenditori ad aprire attività che abbiano sede operativa e tributaria solo sul territorio nazionale. Serve, poi, estendere la responsabilità oggettiva, quindi quella civile e la sanzione amministrativa, anche all'appaltatore che concede in subappalto dei lavori e come sanzione accessoria l'esclusione dall'albo degli imprenditori. 
La società civile, da parte sua, deve iniziare ad avere piena consapevolezza che il lavoro nero non può più essere tollerato in un paese civile. Il dovere dei media è quello di parlarne il più possibile, di informare, di raccontare. Di rompere quel silenzio imbarazzato e imbarazzante che continua a coprire il fenomeno del lavoro nero in Italia”.
 
- Riguardo alla sicurezza mancante cosa si potrebbe fare in concreto, fin da subito, per convincere tutti gli attori di questo dramma - dai caporali ai lavoratori irregolari - che l’uso di un casco, di un guanto o di una protezione in più facilita il lavoro e diminuisce i rischi per tutti?
 
“Applicare le leggi, e punire chi non osserva le norme, anche le più elementari, sulla sicurezza. E parallelamente formare una nuova cultura del lavoro che sia anche una cultura della sicurezza. Attraverso le scuole, le istituzioni, i corsi di formazione,  campagne massicce di sensibilizzazione”.
 
Per ulteriori approfondimenti è possibile guardare alcune videointerviste relative al libro:
 
 
Intervista a cura di Tiziano Menduto.


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