LOGO - Home Page
Dal 1999 il quotidiano sulla sicurezza sul lavoro, ambiente, security
Condividi
questa pagina sul Social Network a cui sei già loggato!

26 gennaio 2016 - Cat: Interviste e inchieste
  

La valutazione del rischio architettonico


Cosa è il rischio architettonico? Come inserirlo nella valutazione dei rischi? Lo spiega Erminia Attaianese, professoressa all’Università degli Studi di Napoli Federico II.

Pubblicità

Bologna, 26 Gen – Il rischio architettonico, un rischio negli ambienti di vita e lavoro, spesso dovuto a infelici scelte architettoniche o ad un non idoneo utilizzo degli spazi, è un rischio diffuso ma è ancora un rischio largamente “disatteso”. Benché molti aspetti di questo rischio siano menzionati nel  Testo Unico in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro, la prassi tecnica raramente ne tiene sufficientemente conto. E questo malgrado numerose evidenze e studi dimostrino la stretta relazione fra infortuni o insorgenza di patologie e caratteristiche tecniche e ambientali degli spazi di vita e di lavoro.
Di fronte all’assenza di unitarietà e alla disomogeneità nella predisposizione dei fattori di rischio connessi ai vari aspetti degli edifici e delle loro pertinenze, è possibile operare una idonea  valutazione dei rischi?
 
Pubblicità
Aggiornamento Preposti - 6 orePreposti - Aggiornamento Preposti - 6 ore
Corso online di aggiornamento quinquennale per Preposti di tutti i settori o comparti aziendali.
 
Per parlare di questi temi abbiamo intervistato, durante la manifestazione Ambiente Lavoro, che si è tenuta a Bologna nel mese di ottobre, Erminia Attaianese, professoressa di Tecnologia dell’architettura all’Università degli Studi di Napoli Federico II.
La professoressa era relatrice al convegno Inail “Valutare il rischio architettonico per garantire la sicurezza dei luoghi di vita e di lavoro”con una relazione dedicata al rischio architettonico e alla sua multidimensionalità.
 
La prima domanda che poniamo, cerca di comprendere le specificità di questo rischio.
 
Cosa è il rischio architettonico? Quali sono le criticità?
 
Un rischio che, ricorda la relatrice, “riguarda tutte le condizioni di pericolo che si possono verificare in contesti costruiti, causati perciò dalle caratteristiche delle costruzioni, dalle finiture e dal modo in cui la costruzione viene utilizzata”. Ed in realtà è un rischio che “è stato da sempre affrontato in maniera parcellizzata”. Un rischio che spesso gli ingegneri ritengono “non sia di loro competenza”...
 
Chi riguarda questo rischio? Sono compresi sia gli ambienti di lavoro che gli ambienti di vita?
E quali sono alcuni esempi di incidenti dovuti ai rischi architettonici?
 
Non potevamo non soffermarci sul legame tra problemi architettonici, benessere e sicurezza... Anche perché l’OMS ha individuato uno stretto legame tra condizioni di comfort sulla capacità dei soggetti di “fare attenzione”. E quindi – come racconta Attaianese – “l’incidente o il disagio è peggiorato come frequenza e gravità da una condizione di costrittività anche visiva, acustica o comunque che crea condizioni di disagio”...
 
Cosa si intende con la multidimensionalità del rischio architettonico?
E il rischio architettonico è dunque correlato con i rischi psicosociali e con il rischio stress lavoro correlato? Cosa è importante valutare riguardo agli aspetti architettonici?
 
Non potevamo poi non concludere l’intervista cercando poi di comprendere la situazione attuale della “percezione” e valutazione di questo rischio...
 
Quale è la consapevolezza e l’attenzione a questo rischio in Italia?
 
Oltre a ricordarci di quanto questo rischio sia ad oggi un rischio disatteso, la relatrice ci segnala, a microfoni spenti, la presenza in rete di un sito ricco di indicazioni e materiali sull’ergonomia e sul rischio architettonico: il sito del Laboratorio di Ergonomia Applicata e Sperimentale (LEAS) dell’Università degli Studi di Napoli Federico II.
 
 
Come sempre diamo ai nostri lettori la possibilità di ascoltare integralmente l’intervista e/o di leggerne una parziale trascrizione.
 
 
 
 
 
 
Articolo e intervista a cura di Tiziano Menduto
 
 
Cosa è il rischio architettonico? Cosa e chi riguarda?
 
Erminia Attaianese: Il rischio architettonico riguarda tutte le condizioni di pericolo che si possono verificare in contesti costruiti, causati perciò dalle caratteristiche delle costruzioni, dalle finiture e dal modo in cui la costruzione viene utilizzata.
In realtà è un rischio che in vari settori è stato da sempre affrontato in maniera parcellizzata. Gli ingegneri si sono occupati a lungo del rischio incendio, del rischio elettrico degli impianti, qualche architetto si è occupato della scivolosità della pavimentazione, della sicurezza di un infisso, del rischio di caduta dall’alto, delle caratteristiche di sicurezza della scale, ... Ma questa estrema parcellizzazione ha svilito la complessità dei rischi interagenti nelle costruzioni e alcuni di noi hanno ritenuto di voler riformulare in maniera armonica e organica il rischio architettonico per poterlo analizzare in maniera complessiva, globale, inferente. E assicurare le condizioni più adeguate sia di vita che di lavoro...
 
Dunque chi riguarda questo rischio?
 
E.A.: È un rischio che riguarda il vivere negli ambienti costruiti, per cui anche nelle residenze. Ad esempio l’Inail ha fatto molti studi sulla residenza, credo anche con l’Inps, sulle casalinghe e sul rischio per coloro che vivono essenzialmente in casa.
Ma questo è un rischio che riscontriamo anche negli uffici, negli aeroporti, nelle sale di attesa, negli hub di scambio, nei centri commerciali, nelle scuole, ...
Riguarda l’insieme delle condizioni di pericolo che si possono verificare per le persone, qualsiasi ruolo essi hanno in una costruzione, e che dipende da come è fatto quell’ambiente, come è manutenuto, da che stato di conservazione ha, da come è pulito, ...
 
Facciamo qualche esempio di incidenti per “problemi architettonici”...
 
E.A.: Noi possiamo parlare di incidenti – e andiamo sul versante della sicurezza tradizionale – e possiamo parlare di situazioni di disagio. Perché il rischio architettonico, così come l’abbiamo inteso, studiato e interpretato, riguarda non soltanto le condizioni di sicurezza in relazione alla prevenzione dall’infortunio.
Ad esempio ci può essere un pavimento scivoloso per il tipo di attività che viene svolta (...) oppure rispetto allo stato di conservazione. Un pavimento che può essere troppo liscio e scivoloso o magari troppo predisposti agli inciampi, con soggetti che possono cadere scivolando o cadere inciampando. Questo è un fatto che ha che fare con  gli infortuni (...).
Ma un’altra componente che è fondamentale e che è legata al rischio è quella del benessere, del comfort. E questo perché il comfort e quindi il benessere delle persone e la sicurezza sono strettamente legati.
L’OMS ha individuato uno stretto legame: le condizioni di comfort o le condizioni di discomfort - come lo stress fisico, termico, acustico, psicologico – influiscono sulle capacità dei soggetti di “fare attenzione”. E quindi l’incidente o il disagio è peggiorato come frequenza e gravità da una condizione di costrittività anche visiva, acustica o comunque che crea condizioni di disagio...
 
(...)
 
Lei ha parlato di benessere. Il rischio architettonico è dunque correlato con i rischi psicosociali e con il rischio stress lavoro correlato?
 
E.A.: (...) Un disagio psicologico può essere connesso con l’assetto dell’ambiente. Ad esempio può essere connesso con la presenza di finestre. E molti studi hanno dimostrato che dalla finestra guardare il verde permette, ad esempio, di avere una resa psicosomatica migliore (...).
È importante dunque valutare anche le componenti assolutamente immateriali  che riguardano il fattore umano nel suo complesso, costituito dai soggetti nelle loro specificità, particolarità, variabilità e dai contesti organizzati che sono chiaramente non soltanto fisici, ma costituiti da regole, comportamenti e relazioni che si vengono a sviluppare nei luoghi di vita e di lavoro.
 
Quale è la consapevolezza e l’attenzione a questo rischio in Italia?
 
E.A.: (...) È un rischio disatteso dal momento che, ad esempio, il Testo Unico a livello normativo riporta per questi aspetti una serie di indicazioni prescrittive e prestazionali molto discontinue e molto a spot.
Gli ingegneri ritengono che questo rischio non sia di loro competenza (...). Mi posso occupare degli aspetti elettrici, degli aspetti statici, ...  Ci sono una serie di specialisti, ma si perde di vista il complesso di queste situazioni che invece interagiscono in maniera forte. Perché poi nella pratica e nella fruizione quotidiana le condizioni sono assolutamente inferenti...(...)
 
 


Creative Commons License Questo articolo è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.

Forum PuntoSicuro

COMMENTA questo articolo nel FORUM di PuntoSicuro!

 


Commenta questo articolo!


Rispondi Autore: Eugenio Roncelli26/01/2016 (08:48:47)
Mah ...
Belle parole, ma sostanza poca: il rischio di scivolamento è ben definito normativamente.
L'aspetto "esteriore" del fabbricato è normalmente definito da un architetto e non dagli ingegneri specialisti.
L'OMS si occupa di abitazioni in tutto il momdo: i suoi rapporti sono talmente generici e generali che talvolta fanno sorridere (confrontare un ambiente urbano italiano con quello di New Delhi e simili metropoli dà subito un'idea delle differenze).
Dagli anni ottanta, gli architetti non costriscono più quartieri dormitorio tipo lo Zen e simili.
Rispondi Autore: lino emilio ceruti31/01/2016 (09:56:27)
Che sia una nuova branchia dell'individuazione, analisi ed eliminazione (o riduzione) dei rischi per Progettisti?
Spero non rientri tra quelli "interferenziali" sennò me lo ritrovo, anche questo, sul groppone come quello delle bombe inesplose.
Rispondi Autore: carmelo catanosoo31/01/2016 (10:30:50)
Veramente sono almeno 20 anni che predichiamo riguardo l'integrazione della sicurezza e della tutela della salute fin dalla fase di concezione dell'opera tenendo conto anche dell'impatto del costruito sui futuri fruitori dell'opera.
Solo che più di 20 anni fa, l'argomento "sicurezza sul lavoro nel settore delle costruzioni" era di totale disinteresse all'interno degli ambiti universitari ....... salvo qualche rarissima eccezione (ricordo l'alllora DPPPE della facoltà di Architettura del Politecnico di Milano (Prof.sse Macchia e Baglioni).

Poi, da dieci anni a questa parte, si sono svegliati in tanti.
Rispondi Autore: SP01/02/2016 (17:51:31)
Le "branchie" le hanno i pesci.

FBEsegui il login a Facebook per pubblicare il commento anche sulla tua bacheca
GPEsegui il login tramite Google+!
GPEsegui il login tramite Twitter!
Nome e cognome:
(obbligatorio)
E-Mail (ricevi l'avviso di altri commenti all'articolo)
Inserisci il tuo commento: