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Ancora
una volta la natura ha colpito alcune zone del nostro territorio portando morte
e distruzione e mettendo in tragica evidenza l’inadeguatezza delle misure di
prevenzione ed il dissesto ambientale ed urbanistico che fungono da cassa di
risonanza degli eventi climatici. Pur valutando come eccezionali gli eventi
atmosferici di questi giorni, non si può non sottolineare come la mancata
manutenzione delle fogne, la presenza di alvei di torrenti senza adeguati
sbocchi per possibili inondazioni, lottizzazioni senza piani di salvaguardia
ambientale realizzati in barba a qualsiasi norma di prevenzione e tutela
dell’ambiente abbiano determinato una moltiplicazione degli effetti dannosi.
I
fenomeni sono stati oltre ogni previsione, distanti solo una settimana uno
dall’altro, cosa che non ha consentito adeguate riflessioni. Tutto vero, ma su
un punto occorre riflettere e discutere: il comportamento delle persone
coinvolte.
Le
immagini trasmesse dalle televisioni in questi giorni e l’approfondimento degli
eventi che hanno determinato la morte di tanti cittadini fanno balzare agli
occhi l’evidenza di comportamenti impropri o, addirittura, la completa
inadeguatezza della maggior parte delle persone a fronteggiare gli eventi
atmosferici e le loro conseguenze.
Da
tale constatazione non si può che dedurre che si sarebbero potute evitare molte
morti se la popolazione - e con essa le singole persone - fosse stata oltre che
informata
anche formata ed addestrata ad affrontare alcune tipologie di calamità naturali
collegate al territorio in cui vive.
Al
di là degli allarmi della protezione civile e degli allerta meteo, ritengo che
sia ormai tempo di realizzare iniziative concrete di prevenzione a favore degli
abitanti di zone a rischio; iniziative che dovrebbero essere precedute da una
mappatura dei possibili pericoli e dei rischi connessi alle diverse e
specifiche tipologie del territorio.
Insieme
alle mappature dei pericoli dei territori dovrebbero essere avviate anche
iniziative di formazione ed addestramento della popolazione residente che
inducano comportamenti adeguati ai rischi individuati, fornendo alle autorità
competenti indicazioni su quali iniziative assumere in relazione alla
possibilità che tali rischi si concretizzino.
Questo tipo di formazione/addestramento dovrebbe
essere erogata alla popolazione fin dall’età scolastica e mantenuta attiva, con
periodici aggiornamenti, secondo le metodologie del longlife learning
integrandola periodicamente con esercitazioni che ne testino la efficacia.
Ormai,
parlando di salute e sicurezza dei luoghi di lavoro, si è tutti concordi che il
comportamento umano influisce per quasi il 90% sulle cause degli infortuni sul
lavoro e tale consapevolezza determina i contenuti della maggior parte degli
interventi formativi e l’adozione delle misure preventive. La previsione del pericolo
e del possibile rischio permettono di indicare ai lavoratori i comportamenti e
gli atteggiamenti da assumere, formandoli a prevenire gli infortuni.
Quanto
fatto per la salute e sicurezza dei lavoratori tramite le attività di
prevenzione e la messa in sicurezza degli impianti ma anche mediante una poderosa attività di
formazione - che ha portato ad una
drastica riduzione degli infortuni - dovrebbe essere replicato nell’ambito
degli ambienti di vita così come indicato dalla
Direttiva
del Consiglio Europeo n. 89/391/CEE, del 12 giugno 1989, che individuava
puntualmente la necessità di porre in atto azioni preventive che tutelassero i
cittadini dai pericoli esistenti nei loro habitat di vita.
Tale
azione dovrebbe essere in particolare realizzata per le popolazioni residenti
nelle zone a più alto rischio di disastro idro-geologico e sismico.
Già
nel 2009, a seguito del
sisma
dell’Aquila, AiFOS aveva sviluppato un progetto nell’ambito della
Protezione Civile, con l’obiettivo di mettere a disposizione le professionalità
dei propri soci per avviare un programma di formazione delle popolazioni delle
zone a maggior rischio del territorio italiano.
Partendo
dalla considerazione che i rischi degli ambienti di lavoro non sono i soli a
minacciare la nostra integrità psico-fisica, quali esperti di formazione nel
campo della sicurezza del lavoro si era ipotizzato di esportare tecniche,
metodologie e contenuti nella formazione alla prevenzione dei pericoli presenti
negli ambienti che identifichiamo come “di vita”, in cui si annida la gran
parte dei rischi che ognuno di noi deve essere in grado di fronteggiare in ogni
istante della vita.
Dai
più palesi - l’ambiente urbano, stradale, naturale - a quelli più nascosti e
subdoli, come i rischi dell’
ambiente
domestico che annualmente determinano un grande numero di incidenti spesso
mortali.
Su
questo versante, sino ad oggi - e gli eventi di questi giorni ne sono una
tragica testimonianza - poco si è fatto per diffondere una cultura della
sicurezza e dell’integrità fisica valida per tutti quegli ambienti di vita che
frequentiamo giornalmente.
Quel
poco che è stato realizzato non ha visto un centro di governo e coordinamento
tale che si potesse identificare un processo formativo che abbracciasse e
contemplasse tutti i rischi presenti nei settori della vita quotidiana.
Si
è proceduto in ordine sparso, facendo affidamento ad iniziative pregevoli ma
isolate e sporadiche che si innestavano in alcuni processi senza avere una
visione sistemica, integrata e di lungo periodo.
Ritengo
che, invece, sia ormai giunto il momento di progettare un sistema di
prevenzione a 360 gradi che sia idoneo a tutelare l’individuo, alla stregua di
una
cintura
di sicurezza, da tutti i pericoli provenienti dal mondo che lo circonda.
In
tale sistema di tutela si dovrà prevedere una formazione che assuma l’onere di
prendere in carico la persona dalla sua nascita, conducendola lungo il suo
percorso di vita sino alla sua conclusione, facendo in modo che sia la più
naturale possibile.
Penso
ad una formazione long-life che si incentri sulla “Cultura della salute e
sicurezza dell’individuo” ponendo al centro della sua progettazione tutti gli
ambienti di vita che il soggetto attraversa nel corso della sua vita.
Penso
ad una formazione alla sicurezza che diffonda i suoi principi e contenuti
nell’ambito di qualsiasi contesto ed ambiente in cui l’individuo si addentra;
ad una formazione che, parlando di “
cadute
dall’alto”, contempli i luoghi di lavoro ma anche le escursioni in
montagna;
ad una formazione che trattando di evacuazione si riferisca ai luoghi di
lavoro, ma anche a situazioni che possano interessare i condomini od i luoghi
di spettacolo; ad una formazione che insegnando le tecniche
antincendio
spieghi come usarle anche negli ambienti di vita o in presenza di catastrofi
naturali.
Penso
ad una formazione come un “servizio civile”, che non si limiti a prevenire
unicamente i rischi presenti negli ambienti di lavoro ma, come sollecitato
dalla Comunità Europea, preveda l’attuazione di politiche sistematiche di
prevenzione in qualsiasi ambiente di vita. Una formazione che accompagni
l’individuo “long-life”, aggiornando continuamente la mappa dei rischi che lo
circonda e fornendo a ciascuno gli strumenti di autotutela.
Su
questo progetto AiFOS è pronta a fare la sua parte mettendo a disposizione il
know how formativo, metodologico e strumentale acquisito insieme alle
professionalità ed alle competenze dei professionisti associati su tutto il
territorio nazionale.
Per
le caratteristiche e le complessità sin qui esposte, ma anche per gli obiettivi
dichiarati, un programma formativo di tale dimensione non potrà non avere un
notevole impatto sociale e necessiterà di un ampio schieramento di soggetti
disposti a collaborare in sinergia tra di loro.
Nessuno
potrà considerarsi detentore esclusivo dei saperi e delle capacità tecniche
necessarie alla realizzazione di un obiettivo tanto ambizioso. Tutti i soggetti
coinvolti dovranno apportare il loro contributo tecnico-scientifico-esperenziale
con la dovuta umiltà di chi sa bene che i risultati di obiettivi ad alto valore
etico e sociale si ottengono solo lavorando concretamente con uno spirito
collaborativo e sinergico.
L’auspicio
è di non dover più vedere immagini come quelle dell’alluvione di Genova, dove
in un centro abitato persone indifese e impaurite vagano nelle acque del
torrente in piena senza sapere cosa fare e dove andare, o quelle messinese,
dove una frana si è staccata dalla montagna dopo le forti piogge.
Francesco Naviglio,
Segretario Generale dell’Aifos